Premessa
Questo libro - alla sua seconda edizione, accuratamente approfondito e aggiornato, dopo la travagliata prima edizione del marzo 1987- non avrebbe mai dovuto uscire, poiché il personaggio che vi è biografato gli ha dichiarato guerra prima ancora che venisse edito, e durante e dopo la sua pubblicazione.
Il primo attacco di Berlusconi al presente libro è stato
sferrato quando non era ancora stato edito. Il 25 e 26 settembre 1986, il
quotidiano "Il Mattino" pubblicava un'inchiesta in due puntate del giornalista
Roberto Napoletano intitolata Chi sarà il padrone di Berlusconi?;
Napoletano aveva intervistato tra gli altri Marco Borsa (allora direttore di
"Italia Oggi") e Giovanni Ruggeri, quali "esperti" dell'ambigua materia
berlusconiana: i temi trattati spaziavano dal sodalizio del Cavaliere con il
Venerabile maestro piduista Gelli alle erogazioni creditizie che le banche
guidate da piduisti avevano a suo tempo accordato alla Fininvest dalla
controversa e per più aspetti oscura "avventura edilizia" del primo Berlusconi,
ai suoi spericolati rapporti con il chiacchierato faccendiere Flavio Carboni
dagli ingenti debiti del gruppo Fininvest, al fiasco di "La Cinq" in Francia,
eccetera.
Il Cavaliere reagiva con un'irata lettera al quotidiano, esigendo
la pubblicazione di una chilometrica rettifica, nella quale scriveva: "Tutte le
affermazioni che il servizio del "Mattino" avrebbe materialmente desunto da
questa incombente opera (di imminente pubblicazione da parte degli Editori
Riuniti [il riferimento è al nostro futuro libro, citato nell'articolo, NdA]
sono assolutamente false", e seguivano le sue contestazioni articolate in 18
punti, ciascuno dei quali cominciava con "È falso che...".
"Il Mattino" replicava confermando tutte le notizie
pubblicate nell'inchiesta del proprio inviato. A quel punto, Berlusconi
querelava il direttore Pasquale Nonno, e l'inviato Roberto Napoletano nonché
"altri che avessero concorso al reato", e cioè anche Giovanni Ruggeri e Mario
Guarino (stavamo per l'appunto ultimando la "incombente opera" menzionata dal
Cavaliere).
Ma il giudice istruttore del Tribunale di Napoli stabilirà
l'infondatezza delle doglianze di Berlusconi, firmando l'ordinanza di
archiviazione della sua querela.
L'uscita del nostro libro Berlusconi. Inchiesta sul signor Tv
era prevista per il successivo ottobre 1986, presso gli Editori Riuniti (con
i quali avevamo stipulato regolare contratto) ma l'inchiesta pubblicata dal
"Mattino" e le polemiche che ne erano seguite avevano suscitato non meglio
precisate "difficoltà tecniche" da parte degli Editori Riuniti la casa editrice
rimandava infatti l'uscita del libro di mese in mese (verrà edito solo nel marzo
1987). Le ragioni delle "difficoltà tecniche" accampate dagli Editori Riuniti
emergeranno alcuni anni dopo, cioè nel settembre 1993 nell'ambito della
inchiesta giudiziaria "Mani pulite". Il sostituto procuratore Tiziana Parenti,
interrogando Flavio Di Lenardo (imprenditore editoriale, già socio della
Ecolibri - società collegata agli Editori Riuniti), apprenderà di "spericolate
manovre tentate da Silvio Berlusconi per bloccare la pubblicazione di una
biografia dedicata a Sua Emittenza". Di Lenardo racconta al giudice Parenti di
avere appreso dall'avvocato Bruno Peloso (al tempo amministratore delegato degli
Editori Riuniti) di un furente Berlusconi, il quale alternava minacce e
profferte: "Peloso mi disse che Fedele Confalonieri cercò di evitare in tutti i
modi l'uscita del volume perché raccontava l'inizio dell'ascesa dì Berlusconi...
Il braccio destro del padrone della Finìnvest arrivò addirittura a ipotizzare
l'acquisto della Editori Riuniti, pur di non vedere quel libro in vendità"; "I
tentativi erano accompagnati da offerte di denaro".
Le dichiarazioni di Di
Lenardo vengono riprese da tutti i quotidiani; "Avvenire" scrive: "Il libro è il
celeberrimo (e ormai introvabile) Berlusconi. Inchiesta sul signor Tv,
scritto a quattro mani dai giornalisti Giovanni Ruggeri e Mario Guarino. Il
fatto, emerso due giorni fa, oggi sembra sia diventato un caso nazionale. Uno
dei due autori, Giovanni Ruggeri. dichiara: Per impedire l'uscita della
biografia presso gli Editori Riuniti, Berlusconi fece di tutto. Un giorno si
presentò uno stretto collaboratore di Confalonieri e mi offrì un assegno in
bianco in cambio dei diritti del libro". Infatti, come abbiamo denunciato più
volte pubblicamente (senza ricevere alcuna querela), nel febbraio. Fedele
Confalonieri ci aveva telefonato presso la Rusconi Editore (dove lavoravamo)
chiedendo di incontrarci 'per trovare un accordo": benché noi avessimo respinto
l'offerta, ci mandò in ufficio il funzionario della Fininvest Sergio Roncucci,
il quale, ostentando un carnet di assegni, ci aveva detto: "Compriamo noi il
nostro libro, a scatola chiusa. La cifra la scrivete voi...", e aveva anche
ventilato di un possibile incarico a "Tv sorrisi e canzoni"...
Nel corso
della sua deposizione al giudice Parenti, Flavio Di Lenardo ha inoltre
dichiarato "Il libro uscì ugualmente, e Berlusconi querelò la societa editrice.
Però la querela rientra quando Berlusconi fece un grosso affare in Unione
Sovietica, relativo a contratti pubblicitari". Effettivainente, la Fininvest ha
ottenuto l'esclusiva della raccolta pubblicitaria delle imprese occidentali
destinata ai palinsesti televisivi sovietici: Di Lenardo ipotizza, in base alle
presunte confidenze fattegli da Peloso, che l'affare sia stato propiziato dagli
Editori Riuniti (casa editrice controllata dal Pci), e che in cambio Berlusconi
abbia tra l'altro nome una sua querela.
Fatto è che, finalmente edito nel marzo 1987, Berlusconi.
Inchiesta sul signor Tv andava esaurito in pochi giorni. Una immediata
ristampa (aprile '87) esauriva la tiratura in tre settimane. Benché il successo
di vendite fosse comprensibile ed evidente, forte era il sospetto che parte
della tiratura tosse stata sottoposta a una sistematica opera di
"rastrellamento" da parte di "mani ignote".
Non essendo riuscito a impedirne
la pubblicazione, Berlusconi tentava comunque di condannare il libro
all'anonimato. Alla sua uscita nelle librerie (20 marzo 1987), subito il gruppo
Fininvest diramava un comunicato minacciando azioni legali a carico degli autori
("colpevoli" di attentare alla reputazione di Berlusconi) e contro "gli organi
di stampa e d'informazione che in qualunque forma e a qualunque titolo diano
risalto al libro in questione". Ma il Consiglio dell' Ordine dei giornalisti
della Lombardia respingeva "l'intimidazione preventiva e generalizzata della
Fininvest", e in un suo comunicato intitolato L' Ordine sull'intimidazione
della Fininvest alla stampa dichiarava: "Presa conoscenza del comunicato
diffuso dalla Fininvest Comunicazioni dopo la pubblicazione del volume-pamphlet
dedicato a Silvio Berlusconi dai giornalisti Giovanni Ruggeri e Mario Guarino
per i tipi degli Editori Riuniti l'Ordine dei giornalisti della Lombardia
respinge la manifesta inammissibilità dell'intimidazione preventiva e
generalizzata rivolta nel comunicato stesso agli organi di stampa e
d'informazione che in qualunque forma e a qualunque titolo daranno risalto al
libro in questione".
La polemica Fininvest-Ordine dei giornalisti della
Lombardia veniva registrata dai quotidiani con accenti critici per le arroganti
intimidazioni della Finìnvest; scriveva ad esempio "la Repubblica": "Forse i
troppi viaggi all'estero gli hanno dato alla testa. Dal tempo in cui Craxi
voleva scacciare il corrispondente di "Le Monde" da Roma, non si era vista una
cosa più insensata e in fondo, anche autolesionista" e "La Notte": "Il contenuto
del libro, scritto dai giornalisti Giovanni Ruggeri e Mario Guarino, ha mandato
in bestia Sua Emittenza spingendolo all'incauta mossa giudicata come un
inaccettabile tentativo di censura preventiva".
Ma come è noto - Berlusconi è
un tipo tenace e dunque aggirava il comunicato dell'Ordine dei giornalisti
contattando personalmente alcuni direttori di giornali. Ad esempio, il compianto
Pietro Giorgianni direttore de "La Notte", il quale ci ha raccontato la seguente
telefonata di Sua Emittenza: "Direttore parlando di quel libro lei si è giocato
la mia stima... Io la riduco in povertà", e Giorgianni: "Non può sono già
povero...".
Dopodiché, prende avvio l'offensiva legale. Il 12 maggio 1987,
Berlusconi presenta due querele alla Procura della Repubblica presso il
Tribunale dì Milano alle quali farà seguire anche la costituzione di parte
civile "per il risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali tutti". Il
potentissimo Sua Emittenza sodale del potentissimo presidente del Consiglio
Bettino Craxi) si ritiene diffamato dal contenuto di due interviste che gli
autori di Berlusconi. Inchiesta sul signor Tv hanno rilasciato in
occasione dell'uscita del libro a "l'Unità" e a La Notte.
Per il servizio
apparso sul quotidiano del Pci il 28 marzo 1987 la querela berlusconiana
coinvolge oltre agli intervistati l’estensore dell'articolo Francesco Bucchieri,
e - limitatamente alla quetione dell"omesso controllo" il direttore del
quotidiano comunista Giancarlo Bosetti. L'illustre querelante lamenta che
nell'intervista sia stata affermata l'esistenza di un procedimento penale a suo
carico per reati valutari; inoltre, si duole del passo dell'intervista che
tratteggia il suo impero come un "colosso d'argilla" costituito da "scatole
cinesi" spesso vuote.
Anche la querela del 28 marzo 1987, relativa
all'articolo pubblicato da "La Notte" il 20 marzo, è sporta per "diffamazione
aggravata dall'uso del mezzo della stampa e dall'attribuzione difatti
determinati (quello di avere un processo pendente per reati valutari)". Vi si
legge: "Sul numero del quotidiano "La Notte" del 20 marzo 1987 appariva in prima
pagina e a caratteri cubitali il titolo annunciante un Libro-bomba su
Berlusconi. Nel sottotitolo si specificava, tra l'altro, essere il libro il
risultato di una "lunga indagine che mette a fuoco gli interessi di Berlusconi
con le loro luci e le loro ombre". Il tutto, corredato da una foto "a mezzo
busto" del sottoscritto e dal rinvio "a pag. 3". Il testo della querela prosegue
citando brani della nostra intervista (""Dal nostro libro saltano fuori cose
spiacevoli: fallimenti, società ombra, mafia bianca, Ciancimino, Calvi,
Gelli""); dopodiché il megaeditore craxiano e piduista argomenta: "Il testo
dell'intervista è tale da far ritenere che tutto questo ben di Dio [cioè
fallimenti società ombra, mafia bianca, Ciancimino, Calvi, Gelli, NdA] sia
posto nel libro "a carico" del sottoscritto. Per la verità, non è precisamente
così, perché il libro è costruito, dal punto di vista della diffamazione, in
maniera più subdola ma più accorta... L'intervista invece è più brutale, sotto
il profilo della metodologia diffamatoria: va giù dura e diretta, perché le
"cose spiacevoli" non possono non significare un coinvolgimento di Berlusconi
nell'elencazione sopra riportata [e cioè fallimento società ombra, mafia
bianca Ciancimino, Calvi, Gelli, NdA]". Ma la querela sporta dall'ex
palazzinaro affiliato alla Loggia P2 riserva un finale "colpo di scena":
"...
Ed ecco la sorpresa: l'articolista è nientedimeno lo stesso direttore del
quotidiano "La Notte" Pietro Giorgianni, che agisce evidentemente in sospetta
sincronia con il suo editore Rusconi: quest'ultimo è già stato querelato dal
sottoscritto per un'altra intervista, rilasciata ad un settimanale nello stesso
lasso di tempo in cui veniva pubblicato l'articolo di cui sopra. Anche Ruggeri e
Guarino sono giornalisti di casa Rusconi".
Berlusconi ritiene dunque che i
"rusconiani" abbiano ordito una "strategia della diffamazione" a suo danno, come
sostiene nella querela; ma in seguito cambierà idea e rimetterà la querela
sporta a carico dell'editore Edilio Rusconi. Rimetterà anche la querela a carico
di Pietro Giorgianni, il quale era stato querelato sia come estensore
dell'articolo, sia nella sua veste di direttore de "La Notte" (Giorgianni verrà
in seguito invitato a cena nella villa di Arcore, e quando il giornalista
lascerà la direzione de "La Notte" gli verrà affidata la direzione del periodico
della Silvio Berlusconi editore "Telepiù"); ma il "presunto diffamato" chiede
espressamente che l'effetto della remissione della querela a carico di
Giorgianni non si estenda agli altri due querelati, e cioè a Ruggeri e Guarino:
lui il direttore lo perdona, ma "quei due" li vuole in galera...
Tuttavia, il
Tribunale (presieduto da Giorgio Caimmi, giudice relatore Fabio De Pasquale) è
di diverso avviso. "La richiesta del querelante", si legge nella sentenza del 27
aprile 1988, "deve giudicarsi quantomeno singolare. A fondare l'effetto
estensivo basterebbe infatti il rilievo dell'unicità dei fatti contestati". Il
Tribunale dichiara dunque il non luogo a procedere nei confronti di tutti
i querelati, e condanna Berlusconi al pagamento delle spese
processuali.
Stessa sorte subisce, l'anno dopo la quercIa relativa
all'intervista pubblicata da "l'Unità". Berlusconi la rimette, e con sentenza
del 20 novembre 1989 il Tribunale (presidente Paolo Carfi, giudici Fabio De
Pasquale e Claudio Gittaredi) gli accolla le spese del procedimento. Secondo
alcuni, la querela che stando alla deposizione del Di Lenardo sarebbe stata
rimessa quando "Berlusconi fece un grosso affare pubblicitario in Unione
Sovietica" sarebbe proprio quest'ultima.
Berlusconi sporge un'altra querela a nostro carico per
un'ulteriore intervista pubblicata dàl settimanale "Epoca". Il giornalista Carlo
Verdellì aveva trascritto, nel numero di "Epoca" del 26 marzo 1987, il
colloquio-intervista che aveva avuto con noi in merito al libro appena
pubblicato. Gli argomenti dell'intervista erano stati anticipati dalla edizione
de "La Notte" del 20 marzo Berlusconi era al corrente di questo particolare
("quella a "La Notte" è un'intervista... in seconda battuta" puntualizzava
infatti nella sua querela); e dunque la "presunta diffamazione" era contenuta in
entrambe le testate: e tuttavia, il querelante rimetteva solo la querela a
carico de "La Notte", mentre confermava quella a 'Epoca". Sarà questa evidente
contraddizione, questa giuridicamente inammissibile difformità. a segnare la
sconfitta finale del Cavaliere, dopo una battaglia legale durata anni e
combattuta in Lutti e tre i gradi di giudizio, fino alla
Cassazione.
Berlusconi sporgeva querela per l'articolo di "Epoca" il 12
maggio 1987.11 processo si teneva nell'autunno del 1988 presso il Tribunale
penale di Verona, competente per territorio (in quanto "Epoca" si stampava in
quella città). Imputati di diffamazione aggravata a mezzo stampa erano i soliti
Ruggeri e Guarino, il collega Carlo Verdelli, e per "omesso controllo" il
direttore del settimanale Alberto Statera .
La vicenda merita di essere
seguita attraverso il testo della sentenza datata 16 novembre 1988 del Tribunale
penale (presidente Mario Resta, giudici a latere Giovanni Tamburino e Giovanni
Pietro Pascucci, estensore): "Si dolse, in particolare, nell'atto di querela, il
Berlusconi, di due brani contenuti in detto articolo... In primo luogo ritenne
diffamatorio l'articolo laddove, dopo che gli autori avevano spiegato il perché
della scelta della casa editrice Editori Riuniti ("Abbiamo scelto la casa
editrice del Pci perché ci piaceva una loro collana, I libri bianchi,
quella che pubblica gli atti di accusa dei giudici impegnati nei processi
più importanti: mafia, Sindona strage di Bologna"), con un ardito accostamento e
in risposta alla domanda che sorgeva spontanea di come c'entrasse Berlusconi coi
processi riferiva come testualmente dichiarato dagli autori del libro che "un
procedimento penale in corso ce l'aveva anche lui: dal 1983, per reati valutari
commessi insieme a Flavio Carboni. E una vicenda poco risaputa ma la si evince,
incontrovertibilmente dalla relazione della Commissione parlamentare sulla P2".
In secondo luogo gravemente diffamatoria, a giudizio del querelante, doveva
ritenersi la frase successivamente riportata nell'articolo anch'essa come
testuale dichiarazione degli autori del libro: "Dal nostro libro su Berlusconi
saltano fuori cose spiacevoli: fallimenti, società ombra, mafia bianca,
Ciancimino Calvi Gelli" [...]".
Sì dà il caso che all'inizio della fase
dibattimentale noi imputati avessimo subito chiarito che Carlo Verdellì aveva
riportato fedelmente le nostre dichiarazioni, e che la notizia del procedimento
penale a carico di Berlusconi era poi risultata infondata. Infatti, nel
procedimento penale cui ci eravamo riferiti erano imputati il faccendiere Flavio
Carboni e il suo braccio destro Emilio Pellicani, e deponendo davanti alla
Commissione d'inchiesta sulla Loggia P2, Pellicani aveva chiamato in causa anche
Berlusconi: si trattava di una chiamata di correità, tant'è vero che il
faccendiere il 19 luglio 1984 aveva promosso causa civile contro Berlusconi
esigendo la restituzione di 545 milioni che avrebbe speso per suo conto e in suo
nome e chiedendo di "essere manlevato da tutte le conseguenze a lui derivanti e
da derivare dal procedimento penale pendente davanti alla Procura di Trieste":
questo era quanto noto al momento dell'uscita del nostro libro e dell'intervista
a "Epoca". Mentre al Tribunale di Verona era in corso il processo per la querela
di Berlusconi, ignoravamo ancora che il 6 ottobre 1988 la Prima sezione civile
del Tribunale di Milano, presieduta dal giudice Diego Curtò , aveva respinto le richieste di Pellicani (ed è
singolare che Berlusconi abbia ritenuto di non informare il Tribunale di Verona
della sentenza a lui favorevole e avversa a Pellicani - ma forse più strano
ancora è il merito della sentenza...).
Nella prima edizione del nostro libro,
a pagina 102, avevamo scritto: "Pellicani sostiene trattarsi di procedimenti per
reati valutari che vedrebbero coinvolto, oltre a due società di Carboni, anche
Silvio Berlusconi. Se ciò che Pellicani afferma corrìspondesse al vero,
significherebbe che contro Berlusconi sarebbe in corso (1983) un procedimento
penale. Non ci è consentito soffermarci ulteriormente su questo punto e di
approfondirlo, poiché scatterebbe il reato di violazione di segreto
istruttorio"; al collega Verdelli non potevamo aver dichiarato altro - a scanso
di equivoci, lo avevamo pregato di riferirsi alla pagina 102 del libro, ed egli
lo aveva puntualmente scritto, sia pure con l'inevitabile imprecisione delle
sintesi troppo sommarie.
La prima udienza del processo di Verona si teneva il
27 settembre 1988, ma nel frattempo si erano verificati fatti nuovi. Il
procedimento di Trieste pendente in istruttoria a carico del duo
Carboni-Pellicani era approdato in aula per il pubblico dibattimento, e quindi
era caduto il segreto istruttorio; presa visione delle carte processuali,
avevamo potuto constatare che Berlusconi non figurava tra i rinviati a giudizio,
circostanza che infatti subito dichiaravamo in apertura del processo di
Verona.
La sentenza ce ne darà atto: "Ruggeri ha precisato di aver potuto
recentemente accertare l'infondatezza della notizia... Ma dì quali altri
elementi erano in possesso gli autori del libro su tale informazione? Lo si
ricava dalla memoria oggi prodotta a firma del Ruggeri: "Ma dove la prudenza, il
senso della misura la cautela nel trattare siffatta materia vengono da noi
esercitati al massimo è a proposito dell'affare Calderugia-Nova Nuraghe. Le due
società -di diritto estero - possedevano vaste aree edificabili in
Sardegna;
Carboni e Berlusconi le acquisirono per destinare i terreni alla
realizzazione, in società tra loro, del gigantesco progetto di insediamento
turistico noto come Olbia 2... Il cav. Berlusconi ha dichiarato di non aver mai
sentito parlare della Calderugia e della Nova Nuraghe. Che smemorato! In
sostanza Berlusconi sapeva che i terreni erano di società estere, sapeva che
volevano il pagamento 'in nero', sapeva che Carboni-Comincioli avevano ingannato
l'Ufficio italiano cambi, e frodato il fisco, ecc. Berlusconi aveva fornito il
denaro per i terreni in questione, e questi sono regolarmente finiti a lui con
rogito del notaio Zito di Milano dell'aprile 1981. Questi i fatti. Che poi
Pellicani gli abbia attribuito una comunicazione giudiziaria è un errore
deprecabile, ma non cambia la sostanza dei fatti".
"Tali elementi", si legge
più avanti nella sentenza, "se giustifica-vano la conclusione del
cointeressamento di Berlusconi all'acquisto dei terreni e del suo coinvolgimento
nella complicata vicenda giudiziaria, non autorizzavano certo la conclusione di
un suo concorso nei reati valutari addebitati al Carboni". Era questa
considerazione che determinava la nostra condanna a un milione di lire di multa
ciascuno. Per le residue imputazioni venivamo invece assolti per insufficienza
di prove. Il collegio giudicante perveniva alla nostra assoluzione "con riserva"
in merito alla frase "società ombra, mafia bianca, Ciancimino, Calvi, Gelli", in
considerazione del fatto che "sono effettivamente esistiti dei punti di contatto
o dei legami del Berlusconi con dette persone e con fatti del genere giungendosi
anche a qualificare tali rapporti come non irrilevanti", e inoltre perché quanto
da noi affermato "non appare ispirato da motivi contrari ai doveri professionali
del giornalista".
Le motivazioni della sentenza del Tribunale di Verona erano
un duro colpo per il dan berlusconiano, già contrariato dalla parzialissima e
momentanea "vittoria di Pirro". il mensile "Prima comunicazione" nel febbraio
1989 pubblicava un inserto speciale con il testo completo della sentenza, e
segnalava: "Il Tribunale di Verona condanna i quattro giornalisti ma molta
stampa scrive che lo sconfitto è Berlusconi".
Infatti "L'Espresso" scriveva
di "clamorosa sconfitta giudiziaria di Berlusconi a Verona". "Il manifesto" gli
dedicava questo colorito articolo: "In galera! Il grido bracardiano è risuonato
mercoledì pomeriggio nell'aula di giustizia del Tribunale di Verona ex caserma
asburgica con vista sul carcere. A lanciarlo è l'avvocato Domenico Contestabile
a nome di Silvio Berlusconi e all'indirizzo di Carlo Verdelli, Alberto Statera,
Giovanni Ruggeri e Mario Guarino. Era la quarta e ultima udienza del processo
per diffamazione aggravata [...]. Berlusconi, che alla sua immagine tiene molto,
si era presentato in persona alla terza udienza, nonostante tutto quello che ha
da fare. Alla giuria aveva raccontato delle lagrime di mammà alla lettura
dell'articolo. Il suo avvocato ha raccontato anche delle lagrime dei Berlusconi
babies alla lettura del libro, incautamente lasciato da papà in bella evidenza
sulla libreria della villa di Arcore. "Il sospetto come strumento della
diffamazione", ha tuonato l'avvocato di parte civile, e per questa pratica da
"diffamatori di professione" ha chiesto una riparazione pecuniaria dì 100
milioni. Il pubblico ministero, da parte sua ha chiesto 9 mesi di reclusione per
Verdelli, 8 per Ruggeri-Guarino, 5 per Statera direttore di "Epoca". Punizione
esemplare per chi lede l'immagine di Berlusconi? La giuria, dopo 4 ore e mezza,
ha deciso che non era il caso... Una sentenza che certo non può soddisfare
Berlusconi"
Anche "l'Unità", in un articolo intitolato Berlusconi amico
di Gelli querela ma igiudici assolvono, evidenziava come il magnate di
Arcore avesse chiesto, tramite il suo avvocato, un risarcimento di 100 milioni a
testa, respinto dal Tribunale, e condanne per tutti tra i 5 e i 9 mesi: "Il
Tribunale a tarda sera ha invece emesso una sentenza diversa, assolvendo gli
imputati proprio sulle contestazioni più gravi, sia pure per insufficienza di
prove".
Ai nostri avvocati Corso Bovio, Caterina Malavenda e Paolo Maruzzo
(che sono anche colleghi pubblicisti, e ci hanno assistito con competenza e
passione), davamo mandato dì ricorrere avverso la sentenza del Tribunale di
Verona. Il 22 ottobre 1992, la Corte d'Appello di Venezia (presidente Michele
Curato, consiglieri Lionello Marini e Umberto Mariani) trasformava l'assoluzione
per insufficienza di prove in assoluzione piena, e riduceva a 700 mila lire la
multa per avere attribuito a Berlusconi il coinvolgimento in reati valutari in
concorso con Carboni.
Dunque, risultava vieppiù legittimo, e con
l'autorevolissimo avallo del Tribunale, accostare il nome e le gesta di Silvio
Berlusconi al Venerabile maestro piduista Licio Gelli, al mafioso Vito
Ciancimino, al bancarottiere piduista Roberto Calvi, e a vicende di fallimenti,
società ombra, "mafia bianca". Rimaneva l'infinitesimale neo della multa per una
svista non nostra un minuscoio neo del quale volevamo comunque
liberarci.
L'ultimo atto è del 30 marzo 1993. La Corte suprema di Cassazione
(presidente Guido Guasco, consiglieri Giuseppe Ciufo, Guido letti, Alfonso
Malinconico, Carlo Cognetti) accoglieva il nostro ricorso, giusto l'articolo 90
del vecchio Codice di procedura penale: "L'impugnata sentenza dev'essere
annullata senza rinvio", sentenziava la Cassazione. Era la vittoria finale e
completa. Di tutti e tre i gradi di giudizio, niente è rimasto a nostro carico,
neppure la pur modestissima multa.
L'onnipotente Cavaliere, da parte sua, non solo doveva prendere
atto della completa sconùtta ma finiva nei guai per falsa testimonianza - cioè a
dire. l'accusatore finiva sul banco degli imputati, ai sensi dell'art. 372 del
Codice di procedura penale.
Al Tribunale di Verona, nel corso dell'udienza
dcl 27 settembre 1988, Berlusconi aveva deposto sotto giuramento; interrogato in
merito alla sua affiliazione alla Loggia massonica P2 l'aveva temporalmente
collocata neU'anno 1981 (invece che nel 1978, come noi avevamo scritto), e aveva
affermato - mentendo - di non avere corrisposto al Venerabile maestro Licio
Gelli alcuna quota di iscrizione alla Loggia, al momento dell'affiliazione. Al
cospetto di queste clamorose menzogne, avevamo inoltrato un esposto alla Pretura
di Verona.
Il 22 luglio 1989, il pretore Gabriele Nigro firmava una sentenza
istruttoria di "non doversi procedere contro l'imputato [Berlusconi, NdA]
perché il fatto non costituisce reato". Avverso la decisione del pretore si
appellava il Procuratore generale della Corte d'Appello di Venezià Stefano
Dragone.
Il processo d'Appello aveva luogo nel maggio 1990. Dal nostro
esposto alla Pretura erano trascorsi venti mesi, nel corso dei quali era stata
varata dal Parlamento l'ennesima amnistia (la ventitreesima della storia
repubblicana); essa diveniva operante il 12 aprile 1990, e riguardava i reati
commessi fino a tutto il 24 ottobre 1989-per Berlusconi era un provvidenziale
salvagente. Quando i magistrati lo avevano convocato a Venezia per rispondere
del reato di falsa testimonianza, l'editore piduista aveva dichiarato: "Spero
che la prossima amnistia, che si annunzia non rinunziabile non mi tolga il
piacere di vedere confermata la sentenza di proscioglimento [della Pretura,
NdA] dalla Sezione istruttoria presso la Corte di Appello di Venezia".
Amnistia non rinunziabile? Berlusconi farà tutto meno che rinunciarvi, e la
Corte d'Appello (presidente G. Battista Stigliano, consiglieri Luigi Nunziante e
Luigi Lanza, relatore) non gli toglierà alcun piacere: "Ritiene il Collegio che
le dichiarazioni dell'imputato non rispondano a verità... Ne consegue quindi che
il Berlusconi, il quale, deponendo davanti al Tribunale di Verona nella sua
qualità di teste-parte offesa, ha dichiarato il falso su questioni pertinenti
alla causa ed in relazione all'oggetto della prova, ha reso affermazioni non
estranee all'accertamento giudiziale e idonee in astratto ad alterare il
convincimento del Tribunale stesso e ciò (a prescindere dal mancato utilizzo
processuale delle dichiarazioni menzognere medesime da parte del giudicante) ha
compiutamente realizzato gli estremi obiettivi e subiettivi del contestato
delitto... il reato attribuito all'imputato va dichiarato estinto per
intervenuta amnistia".
Complimenti, Cavaliere!
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