Belzebù (o lo Spirito Santo)

Nella cupola dell'impero Fininvest, Marcello Dell'Utri non è, come scrive la stampa, "il numero 3", né "uno dei dirigenti": è il numero Uno bis. Là dove Berlusconi è il Padreterno, Dell'Utri è lo Spirito Santo - un potentissimo Belzebù nell'ombra, la cui ombra è speculare alla 1uce" berlusconiana. Non a caso, Dell'Utri è stato il primo amministratore della prima pietra societaria del futuro gruppo Fininvest (Immobiliare San Martino, 1974); non a caso, rimarranno sempre nelle sue mani le chiavi della cassa dell'impero (Publitalia '80, l'aorta finanziaria della Fininvest); e non a caso, Dell'Utri sarà l'ideatore-regista-organizzatore del partito-setta “Forza Italia”. Nell'artistica tomba-mausoleo fatta erigere da Berlusconi nei giardini della villa di Arcore, infatti, è stato previsto anche il sacro loculo che ospiterà le spoglie del Belzebù della Fininvest quando egli passerà a miglior vita.

Marcello Dell'Utri è stato - insieme all'altra entità della cupola Fininvest, Cesare Previti - uno dei crocevia nell'oscuro divenire del gruppo politico-affaristico che ha in Berlusconi il rappresentante ufficiale, ed è soprattutto attraverso l'ambigua figura di Dell'Utri e il suo enigmatico ruolo che sull'impero Fininvest si staglia l'ombra di Cosa Nostra.

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Sul conto di Dell'Utri fino ai primi anni Settanta si hanno notizie lapidarie: nato a Palermo l'11 settembre 1941 (come il fratello gemello Alberto), laureato in legge, ha lavorato per un breve periodo in una banca siciliana. Non è dato sapere quando e perché Dell'Utri abbia lasciato Palermo per Milano, né quando abbia avuto luogo il suo incontro con Berlusconi e in quali circostanze lo stesso Berlusconi, a domanda di un magistrato, avrà modo di non rispondere dichiarando reticente: "Conosco Dell'Utri fin da quando eravamo ragazzi"1.

Stando a una testimonianza priva di riferimenti temporali, Dell'Utri avrebbe svolto un'opera di mediazione tra Cosa Nostra e Berlusconi avendo la mafia appuntato la sua criminosa attenzione sul giovane costruttore milanese con minacce estorsive2. Secondo altre voci (allo stato prive di riscontri), intorno a metà degli anni Sessanta le prime cosche mafiose radicate a Milano e in Lombardia e attive nel settore edilizioimmobiliare avrebbero progettato un sequestro di persona ai danni di Berlusconi: la vicenda avrebbe poi avuto una qualche soluzione proprio grazie a Dell'Utri3.

È certo che il 16 settembre 1974, il palermitano Marcello Dell'Utri, già residente a Milano4, si reca a Roma, al no 1/b di Salita San Nicola da Tolentino (una via attigua alla sede centrale della Banca Nazionale del Lavoro), e presenzia alla costituzione della società Immobiliare San Martino spa, della quale viene nominato amministratore unico. 1 promotori della società sono coperti dall'anonimato e rappresentati da Servizio Italia spa e Società azionaria fiduciaria spa (due fiduciarie della Bnl Holding)5.

L'enigmatica Immobiliare San Martino (“prima pietra” del futuro gruppo Fininvest, l'identità dei cui promotori, celati dalle due fiduciarie Bnl, ovviamente Dell'Utri conosce) è una società ulteriormente strana, poiché rimane del tutto inattiva e “in sonno” fino all'estate del 1977, quando all'improvviso aumenta il capitale sociale da 1 a 500 milioni, trasferisce la sede sociale da Roma a Milano, e muta la propria ragione sociale in Milano 2 spa.

Il 13 settembre 1977, Dell'Utri lascia la carica di amministratore unico, e quale amministratore della Milano 2 spa ex Immobiliare San Martino spa gli subentra il prestanome Giovanni Dal Santo (commercialista milanese originario di Caltanissetta). Due giorni dopo, il 15 settembre, la Milano 2 spa acquista dalla “società svizzera” Edilnord alcuni terreni di Segrate (Milano) relativi alla cittadella segratese Milano 2: è l'inizio della progressiva acquisizione della “città satellite” da parte della Fininvest (costituita anch'essa a Roma, il 21 marzo 1975, da anonimi coperti dalle due fiduciarie della Bnl6) la quale Fininvest assumerà infatti il controllo della Milano 2 spa e della Italcantieri, mentre l'imbarazzante Edilnord viene posta in liquidazione a fine '77 dal commercialista romano Umberto Previti.

La nascita della Immobiliare San Martino, che dà il via all'intricato gioco “incestuoso” di scatole cinesi originatosi nella romana Salita San Nicola da Tolentino (presso la sede delle due fiduciarie Bnl), sembra avere lo scopo di portare nel misterioso alveo Fininvest tutto il costruito e il costruendo della “città satellite” di Segrate, comprese le aree ancora da edificare. In pratica, tutti i beni e i mezzi acquisiti attraverso le società “svizzere” Edilnord e Italcantieri grazie ai capitali della Finanzierungesellschaft fúr Residenzen, della Aktiengesellschaft für Immobilienlagen in Resindenzzentren, della Cofigen e della Eti Holding, divengono proprietà degli anonimi soci della Fininvest romana, celati dalle due fiduciarie Bnl. Gli ingenti capitali “svizzeri” trasformati da Edilnord e Italcantieri in beni immobiliari, divengono dunque proprietà degli occulti soci fondatori della Fininvest.

In data 2 dicembre 1974, due mesi dopo avere assunto la carica di amministratore della romana Immobiliare San Martino, Marcello Dell'Utri risulta essere anche l'amministratore unico della Immobiliare Romano Paltano spa (società proprietaria delle tenute agricole Muggiano e Romano Paltano situate nel comune di Basiglio, a sud di Milano, sulle quali sorgerà poi la berlusconiana Milano 3).

Benché fondata a Milano nel 1949, la Immobiliare Romano Paltano spa aveva sede a Ciriè (Torino) fin dal 1952; è con l'assunzione da parte di Dell'Utri della carica di amministratore che la sede sociale viene riportata a Milano, presso lo studio del commercialista Walter Donati, in via Sacchi 3 (mentre a Torino, in via Donati 12, rimane attiva ancora per qualche tempo una sede secondaria). Questo singolare andirivieni di sedi, e la loro stessa ubicazione, richiama assai da vicino prassi analogamente strane proprie di varie società appartenenti al boss mafioso Vito Ciancimino, le quali fanno la spola tra Milano, Torino e altre località piemontesi minori ben altro che una semplice coincidenza, come si vedrà.

A Ciriè, la Immobiliare Paltano risultava essere inattiva; evidenziava nei suoi bilanci 25 milioni in immobili (terreni e cascine), che dati in affitto le rendevano 5 milioni l'anno. Dopo la nomina di Dell'Utri, all'inizio del 1975 la sede viene riportata a Milano, e mutato lo scopo sociale: "La società ha per oggetto l'acquisto, la costruzione, la vendita, l'amministrazione di beni immobili" (il trasparente riferimento è al nuovo centro residenziale berlusconiano che sorgerà col nome di Milano 3). L'anno successivo, il capitale sociale verrà elevato da 12 a 500 milioni, e il Monte dei Paschi di Siena (ormai infiltrato dalla Loggia massonica P2) rilascerà una fideiussione di 3 miliardi in favore del Comune di Basiglio per garantire le opere di urbanizzazione promesse dalla società. Il 25 maggio 1977 si registrerà un nuovo aumento di capitale: un miliardo di lire. L'anno dopo, il 12 maggio 1978, la società muterà nuovamente: si trasformerà in Cantieri riuniti milanesi, con la sede trasferita in via Rovani 2, quartier generale della Fininvest: a quel punto, di nuovo, Marcello Dell'Utri uscirà di scena, per comparire subito dopo nell'ambito di alcune società del giro mafioso di Vito Ciancimino e dei suoi "amici" palermitani.

Perlomeno a partire dal 1974, dunque, Marcello Dell'Utri è certamente e ufficialmente sulla scena imprenditoriale a fianco di Berlusconi, col quale condivide iniziative e interessi affaristici al punto da assumere in prima persona le cariche di amministratore unico delle enigmatiche e strategiche società Immobiliare San Martino e Immobiliare Romano Paltano.

Tuttavia, Berlusconi e lo stesso Dell'Utri nasconderanno accuratamente tali circostanze al Tribunale di Milano. Nel giugno 1987, nel corso di una reticente deposizione7, Berlusconi dichiarerà infatti che a metà anni Settanta "Dell'Utri [svolgeva per me] esclusivamente attività di segretariato personale e di assistente a tutto quello che atteneva [la mia villa] di Arcore" secondo Berlusconi, il laureato Dell'Utri era insomma una specie di sua personale colftuttofare, anche perché "non mi risulta che Dell'Utri avesse esperienze e capacità [di amministratore]"; lo stesso Dell'Utri, nel 1982, aveva avuto modo di rendere un'omissoria deposizione in Tribunale8 dichiarando di essere stato, a metà anni Settanta, "l'assistente" di Berlusconi. Si tratta di evidenti falsità e reticenze tese a mantenere nell'ombra la scabrosa figura di Dell'Utri e il fondamentale ruolo da lui avuto nel divenire del gruppo Fininvest.

Cosa Nostra ad Arcore

Nell'estate del 1974 (poche settimane prima che Dell'Utri divenga amministratore dell'Immobiliare San Martino, e pochi mesi prima che assuma la carica di amministratore della Immobiliare Romano Paltano), un pericoloso pregiudicato proveniente da Palermo si insedia nella residenza di Berlusconi, la villa ex Casati Stampa di Arcore: si tratta del boss Vittorio Mangano, che sei anni dopo un rapporto della Criminalpol di Milano definirà "pericolosissimo pregiudicato, schedato mafioso, dalla spiccata personalità criminale"9.

La presenza di Mangano nella berlusconiana villa di Arcore a partire dall'estate 1974, è una vicenda oscura e nebulosa (sono incerte perfino le date che scandiscono i fatti) con la quale ha stretta attinenza Marcello Dell'Utri. Il quale Dell'Utri in quel periodo è in "rapporti non solo di dipendenza ma anche di amicizia con il Berlusconi", essendone "il suo assistente ed abitando addirittura nella villa [di Arcore] di sua proprietà"10. Dunque, nell'estate del 1974, nella villa di Arcore ex Casati Stampa risiedono Berlusconi, il suo sodale e presunto “assistente” Dell'Utri, e il boss mafioso Vittorio Mangano.

Secondo una deposizione di Berlusconi al Tribunale di Milano, il merito della vicenda sarebbe stato il seguente: "[Avevo] bisogno, ad Arcore, di un fattore, più precisamente di un responsabile della manutenzione dei terreni e della cura degli animali, cioè cavalli avendo in animo di impostare una attività di allevamento di cavalli [ ... ]. Avendo bisogno di un responsabile per la cura della suddetta attività, chiesi a Dell'Utri Marcello di interessarsi anch'egli di trovare una persona adatta, ed egli mi aveva appunto presentato il Mangano Vittorio come persona a lui conosciuta, più precisamente conosciuta da un suo amico [di Palermo]. Il Mangano si era sistemato con la sua famiglia ad Arcore e cioè nella mia villa, ex villa Casati, e ricordo che poco tempo dopo, dopo un pranzo avvenuto nella villa, uno dei convitati, il signor Luigi D'Angerio, era stato vittima di un sequestro di persona casualmente sventato dall'arrivo [dei Carabinieri]. Nell'ambito delle indagini seguite a questo sequestro emerse che il Mangano Vittorio era un pregiudicato. Non ricordo come il rapporto lavorativo del Mangano cessò, se cioè per prelevamento da parte delle Forze dell'ordine o per suo spontaneo allontanamento; ricordo comunque che qualche tempo dopo fu tradotto in carcere. Non conoscevo il Mangano prima che me lo presentasse il Dell'Utri Marcello. Tengo a precisare che non è che Dell'Utri mi abbia direttamente proposto il Mangano Vittorio, ma fu una mia scelta su una rosa di nomi che mi si prospettavano. Non feci preventivamente indagini su Mangano Vittorio, e la mia scelta cadde su di lui in quanto mi diede l'impressione di una persona a posto e competente"11.

Secondo il settimanale “L'Espresso”, Mangano "venne arrestato il 27 dicembre 1974 e trasferito da Arcore in un carcere siciliano: ma in cella restò meno di un mese perché il 22 gennaio del 1975 tornò libero. Il suo peregrinare tra denunce, condanne, processi, arresti e scarcerazioni continuò senza soste [ ... ]. Nella stagione milanese, forse quando ancora lavorava [per Berlusconi] ad Arco re, accadde qualcosa che solo anni dopo finì in un rapporto della polizia con tanti interrogativi: una lettera di minacce a Berlusconi, il cui contenuto è sconosciuto e, subito dopo (26 giugno 1975), una bomba a via Rovani, negli ufficiresidenza di Milano della Fininvest. Si legge in un rapporto della Direzione centrale della polizia criminale nella parte dedicata ai rapporti tra Mangano, Dell'Utri e Berlusconi: “All'epoca le indagini non portarono ad alcun esito, anche perché nessuno informò gli inquirenti che lo stabile era di Berlusconi, ma lo dichiararono di proprietà della Società generale attrezzature sas”"12.

Secondo il settimanale “Avvenimenti”, "a Milano (dove soggiornava al lussuoso Hotel Duca di York) Mangano rischiava il foglio di via dalla Questura a causa dei suoi precedenti penali e della mancanza di un lavoro che ne giustificasse la presenza in Lombardia": dunque, il lavoro ad Arcore, alle dipendenze di Berlusconi con mansioni di “stalliere”, sarebbe stato il provvidenziale espediente volto a garantire al boss mafioso la presenza a Milano e la copertura alla sua criminosa attività infatti, "il licenziamento [di Mangano da parte di Berlusconi] arrivò solo nel 1980, pochi giorni prima del suo arresto per traffico di stupefacenti e altri reati"13.

"Interrogato dal G.I. di Palermo, in data 10 luglio 1980, il Mangano dichiarava che: in Arcore si serviva della scuderia “Garcia Pepito” per custodire i cavalli da lui acquistati e che faceva poi trasportare a Boccadifalco (Palermo), dove li vendeva. [Ma] non sapeva indicare alcun nominativo di acquirenti, né l'esatto luogo, in Boccadifalco, dove erano custoditi... [Il Mangano dichiarava inoltre] di essere sorvegliato speciale da tre anni, con divieto di soggiorno a Milano"14.

Secondo il boss Giovanni Ingrassia, "il Mangano si occupava del settore dei cavalli in Milano, dove ne aveva fatto comprare a Berlusconi e li aveva anche allevati durante la sua residenza ad Arcore... [E quando Ingrassia aveva manifestato l'intenzione di svolgere un'attività nel settore televisivo] il Mangano aveva detto di poter spendere una parola in suo favore col Berlusconi"15.

Certo è che il singolare “stalliere” berlusconiano Vittorio Mangano, noto mafioso e pluripregiudicato, amante dei cavalli ma “commerciante” di “cavalli” intesi nel lessico di Cosa Nostra come partite di droga, tra il 1975 e il 1980, fra arresti e scarcerazioni, continua a muoversi lungo la direttrice ArcoreMilanoPalermo; ormai quotato boss di Cosa Nostra dedito alla criminalità finanziaria sulla piazza milanese, continua anche a mantenere stretti contatti con Marcello Dell'Utri.

Nel rapporto della Criminalpol datato 13 aprile 1981 e dedicato alle propaggini di Cosa Nostra radicate a Milano e infiltrate nei settori "dell'edilizia, delle società commerciali in genere, quelle immobiliari e finanziarie in particolare"16, è scritto: "Uno dei personaggichiave che ha consentito di penetrare nell'ambiente della malavita organizzata [radicatasi a Milano] è indubbiamente Mangano Vittorio, nato a Palermo il 1881940 [ ... ]. Con costui siamo di fronte a un pericolosissimo pregiudicato, schedato mafioso, più volte denunziato per gravi reati e soprattutto per estorsioni, sottoposto alla misura della sorveglianza speciale della Pubblica sicurezza con l'obbligo di soggiorno a Palermo, arrestato per ultimo in data 6 maggio 1980 dalla Squadra mobile di Palermo e denunziato unitamente ad altri 54 individui per associazione per delinquere di tipo mafioso finalizzata al traffico internazionale di sostanze stupefacenti"17.

Sottoposto a intercettazioni telefoniche nel periodo 515 febbraio 1980, il Mangano ("restio a parlare dal suo telefono di casa [perché] ha sempre la preoccupazione che sia tenuto sotto controllo", precisa il rapporto) risulta "coinvolto, interessato o cointeressato in imprese commerciali e finanziarie con vorticosi volumi di affari su scala nazionale e internazionale. Sono le imprese di cui i mafiosi si servono sia per riciclare il denaro sporco provento delle molteplici attività illecite di cui quotidianamente si occupano, e sia per dare una facciata ufficiale di legalità e di copertura alle loro azioni criminali. Spesso [intestatari di tali società] compaiono uomini di paglia o teste di legno ... ".

Nel suo rapporto, la Criminalpol registra numerose connessioni tra il Mangano e Arcore nel corso del 1980: in una conversazione telefonica tra due boss, uno dice all'altro "che attende la chiamata di Vittorio e che ad una certa ora dovrà accompagnarlo ad Arcore. Il Vittorio è senza alcun dubbio il Mangano Vittorio, che ad Arcore possiede o sarebbe interessato a una scuderia di cavalli". Secondo altre intercettazioni telefoniche, ad, Arcore si tiene un summit mafioso alla presenza del Mangano; ancora: "Giovanni Ingrassia chiama l'utenza 039/617051 e parla con Mangano Vittorio [ ... ]. L'utenza risulta intestata a Legalupi Edilio TrattoriaPensione di Arcore" conclude la Criminalpol: "Mangano Vittorio, ad Arcore, per conto proprio o per conto terzi, curerebbe un allevamento di cavalli". Dunque, cinque anni dopo essere stato lo strano "stalliere" dei supposti progetti equestri di Berlusconi, il Mangano, amico palermitano del palermitano Dell'Utri, ormai potente boss mafioso dedito al riciclaggio e alla criminalità finanziaria radicata a Milano, eserciterebbe ancora la professione di “stalliere” ad Arcore.

Nel citato rapporto, è anche riportata una prima conversazione telefonica tra due boss, ancora risalente al 5 15 febbraio 1980, nel corso della quale viene esplicitamente evocato il nome di Berlusconi: "Conversazione tra Giliberti Claudio e Ingrassia Giovanni. Giliberti chiede al suo interlocutore se ha letto l'articolo su Berlusconi. L'Ingrassia risponde negativamente e poi aggiunge: “Porca puttana, ragazzi... è il massimo, no? Ma di fatti è la nostra prossima pedina... Perché, ti vergogni a dirlo?”. Giliberti risponde di no". Giliberti e Ingrassia risultano essere alle dipendenze di Vittorio Mangano: sono infatti gli amministratoriprestanome della sua società Promotion Team 2 srl.

La prova provata dei perduranti rapporti e degli incontri a tutto il 1980 tra Marcello Dell'Utri e lo “stalliere” esponente di Cosa Nostra, è in una conversazione telefonica riportata a pag. 37 del rapporto Criminalpol, nel corso della quale viene nuovamente evocato Berlusconi: "Mangano parla con tale Dell'Utri e, dopo averlo salutato cordialmente, gli chiede se ha telefonato “Tony Tarantino”. L'interlocutore risponde affermativamente e aggiunge che “Tony Tarantino” ha lasciato detto che avrebbe chiamato il Mangano in albergo alle ore 16. Il Mangano riferisce allora a Dell'Utri che ha un affare da proporgli e che ha anche il “cavallo” che fa per lui18. Dell'Utri sorride e risponde che per il cavallo occorrono “piccioli” e lui non ne ha. Mangano non ci crede, [ ... ] e con tono scherzoso gli dice di farseli dare dal suo amico “Silvio”. [Dopo aver parlato di Alberto Dell'Utri, fratello di Marcello, detenuto nel carcere di Torino in seguito al fallimento della Venchi Unica], Mangano chiede notizie dell'ufficio. Dell'Utri risponde che quello dove era stato anche il Mangano ha chiuso perché la società è fallita [ ... ]. Mangano chiede quindi se ha sentito “Tonino”. Dell'Utri risponde negativamente. La conversazione poi si chiude e i due interlocutori fissano un appuntamento cui parteciperà anche “Tonino”, in albergo da Mangano, e cercheranno di "sbrogliare" una situazione ... ".

Dunque, a tutto il 1980 Marcello Dell'Utri continua a mantenere stretti rapporti col potente boss di Cosa Nostra Vittorio Mangano, esponente di primo piano della ragnatela mafiosa di tipo finanziario che è "il vero cervello e il centro motore del crimine organizzato in Lombardia", della quale sono parte anche alcune società appartenenti "ai fratelli Fidanzati [Gaetano, Antonio, Giuseppe, Carlo], pericolosissimi pregiudicati mafiosi palermitani", e le cui propaggini arrivano alle banche svizzere19. Del resto, secondo un'attendibile testimonianza, Dell'Utri fin dal 1975 è di casa al ristorante milanese “Il Viceré”, gestito da mafiosi e frequentato da mafiosi: "Dell'Utri frequentava e aveva stretti contatti con quel giro di siciliani e palermitani"20.

Del boss Vittorio Mangano, amico di Dell'Utri e “stalliere” alla corte di Berlusconi, accertato “uomo d'onore” dedito alla criminalità finanziaria sulla piazza milanese quale nevralgico crocevia del traffico di droga e del riciclaggio, ha modo di parlare il magistrato Paolo Borsellino nel corso di un'intervista risalente al maggio 1992 (due mesi prima di morire per mano di Cosa Nostra)21.

Dichiara Borsellino: "Vittorio Mangano l'ho conosciuto negli anni fra il '75 e l'80. Ricordo di avere istruito un procedimento che riguardava delle estorsioni fatte a carico di talune cliniche private palermitane e che presentavano una caratteristica particolare: ai titolari di queste cliniche venivano inviati dei cartoni con [dentro] una testa di cane mozzata [ ... ]. Attraverso un'ispezione fatta in un giardino di una salumeria che risultava aver acquistato questi cartoni, in giardino ci scoprimmo sepolti i cani con la testa mozzata. Mangano restò coinvolto in questa vicenda perché venne accertata la sua presenza in quel periodo come ospite di questa famiglia che era stata l'autrice dell'estorsione [ ... ]. Poi l'ho ritrovato nel maxiprocesso [di Palermo] perché il Mangano fu indicato sia da Buscetta che da Contorno come uomo d'onore appartenente a Cosa Nostra, della famiglia di Pippo Calò22 [ ... ]. Si accertò che Mangano risiedeva abitualmente a Milano, città dove, come risultò da numerose intercettazioni telefoniche, costituiva un terminale dei traffici di droga che conducevano alle famiglie palermitane [ ... ]. Il Mangano è stato poi condannato per questo traffico di droga... in primo grado a una pena di 13 anni e 4 mesi di reclusione (pena confermata dalla Corte d'Appello) [ ... ]. Mangano era una delle "teste di ponte" dell'organizzazione mafiosa nel Nord d'Italia... un personaggio che suscitò [negli inquirenti] parecchio interesse anche per questo suo ruolo un po'diverso da quello attinente alla mafia militare [anche se comunque] non disdegnava il ruolo militare all'interno dell'organizzazione mafiosa [ ... ]. Marcello Dell'Utri non è stato imputato nel maxiprocesso [di Palermo], ma so che esistono indagini che lo riguardano, e che riguardano insieme Mangano [ ... ]".

Nel corso della intervista, il giudice Borsellino ricostruisce così l'infiltrazione mafiosa nel Nord d'Italia: "All'inizio degli anni Settanta Cosa Nostra cominciò a diventare un'impresa anch'essa. Un'impresa nel senso che attraverso l'inserimento sempre più notevole, che a un certo punto diventò addirittura monopolistico, nel traffico di sostanze stupefacenti, Cosa Nostra cominciò a gestire una massa enorme di capitali. Una massa enorme di capitali dei quali, naturalmente, cercò lo sbocco. Cercò lo sbocco perché questi capitali in parte venivano esportati o depositati all'estero e allora così si spiega la vicinanza fra elementi di Cosa Nostra e certi finanzieri che si occupavano di questi movimenti di capitali, contestualmente Cosa Nostra cominciò a porsi il problema di effettuare investimenti. Naturalmente, per questa ragione, cominciò a seguire una via parallela e talvolta tangenziale all'industria operante anche nel Nord o a inserirsi in modo di poter utilizzare le capacità, quelle capacità imprenditoriali, al fine di far fruttificare questi capitali dei quali si erano trovati in possesso".

Gli intervistatori a quel punto domandano al magistrato antimafia: "Dunque, lei dice che è normale che Cosa Nostra si interessi a Berlusconi?", e Borsellino risponde: "t normale il fatto che chi [come Cosa Nostra] è titolare di grosse quantità di denaro cerchi gli strumenti per potere questo denaro impiegare. Sia dal punto di vista del riciclaggio, sia dal punto di vista di far fruttare questo denaro. Naturalmente questa esigenza, questa necessità per la quale l'organizzazione criminale a un certo punto della sua storia si è trovata di fronte, è stata portata a una naturale ricerca degli strumenti industriali e degli strumenti commerciali per trovare uno sbocco a questi capitali e quindi non meraviglia affatto che, a un certo punto della sua storia, Cosa Nostra si è trovata in contatto con questi ambienti industriali [ ... ]. Mangano era una persona che già in epoca oramai diciamo databile abbondantemente da due decadi, era una persona che già operava a Milano, era inserita in qualche modo in un'attività commerciale. È chiaro che era una delle poche persone di Cosa Nostra in grado di gestire questi rapporti [ ... ]. Ma tutti questi mafiosi che in quegli anni siamo probabilmente alla fine degli anni Sessanta e agli inizi degli anni Settanta appaiono a Milano, e fra questi non dimentichiamo c'è pure Luciano Liggio, cercarono di procurarsi quei capitali, che poi investirono negli stupefacenti, anche con il sequestro di persona".

Al rapporto Criminalpol datato 1341981, la magistratura farà seguire una raffica di arresti a Milano e in altre città (il blitz, effettuato dalle forze dell'ordine il 14 febbraio 1983, verrà ribattezzato “Operazione San Valentino”). Tra la selva di arrestati appartenenti alla galassia mafiosa dedita alla criminalità finanzia ria, anche i boss Antonio Virgilio e Luigi Monti, poi rinviati a giudizio come scritto dalla Criminalpol perché "a capo di un complesso di società immobiliari, perlopiù costituite in forma di srl, [società da ritenersi probabili] canali di immissione e “riciclaggio” di masse di denaro di dubbia provenienza"23.

Al momento dell'arresto, Virgilio e Monti (così come altri boss, ad esempio Salvatore Enea) risultavano avvalersi, per i loro sporchi traffici finanziari, della Banca Rasini (un piccolo istituto di credito milanese, con un solo sportello)24. Della stessa Banca Rasini, Luigi Berlusconi (padre di Silvio) era stato un funzionario fino alla fine degli anni Settanta; la Banca Rasini, negli anni Sessanta, aveva sostenuto le prime speculazioni edilizie di Silvio Berlusconi25; presso la Banca Rasini erano affluiti parte dei capitali “svizzeri” delle anonime Finanzierungesellschaft fúr Residenzen (Lugano), Aktiengesellschaft fúr Immobilienlagen in Residenzzentren (Lugano), Cofigen (Lugano) e Eti Holding (Chiasso), utilizzati da Berlusconi per finanziare l'attività della Edilnord srl e della Italcantieri srl.

"La flagrante connivenza della Rasini con Monti e Virgilio rientra nel novero dei più vasti rapporti che la banca intrattiene con esponenti della “mafia dei colletti bianchi” e con personaggi a essa mafia attigui, come il costruttore Silvio Bonetti. Il comune tornaconto è tale che a un certo punto il malavitoso “giro” mafioso manifesta alla Rasini la “disponibilità a trattare l'acquisto del pacchetto azionario di controllo della banca sulla base di una valutazione dell'intero pacchetto di lire 40 miliardi”"26.

Stando alle ammissioni del boss mafioso “pentito” Salvatore Caricemi (già fedelissimo di Totò Riina)27, la Fininvest, negli anni Ottanta, pagava il “pizzo” a Cosa Nostra 200 milioni l'anno (forse per proteggere gli impianti televisivi dei networks installati in Sicilia). Secondo Cancemi, il pizzo della Fininvest perveniva a Cosa Nostra in una valigetta per il tramite di un misterioso “ragioniere" che fungeva da ufficiale pagatore a nome di Marcello Dell'Utri, e veniva riscosso da Vittorio Mangano. Nel 1987, il Superboss Totò Riina aveva avocato a sé il rapporto col misterioso emissario di Dell'Utri: il Mangano sempre secondo Cancemi ne era rimasto molto contrariato, ma infine aveva dovuto prendere atto dell'esautoramento.

"II nome di Dell'Utri e della Fininvest è stato fatto da Cancemi anche a proposito di altri due episodi, raccontati con meno particolari. Il primo, a proposito di un interesse della Fininvest nel campo immobiliare a Palermo, senza però citare uomini o società impegnate. Il secondo, sempre con [Marcello Dell'Utri] a far da protagonista, a proposito di ospitalità e riunioni offerte da Dell'Utri in una sua villa in Lombardia. Forse, ha aggiunto Cancemi, a casa Dell'Utri potrebbero essere stati ospitati anche dei latitanti. E per questo il primo obiettivo [degli inquirenti] è stato quello di ordinare i riscontri delle cose dette da Cancemi, dunque verificare l'esistenza di una villa e sondare i mafiosi indicati dal pentito come ospiti di casa Dell'Utri"28.

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In merito alla misteriosissima vicenda del boss mafioso Vittorio Mangano insediato nella sua villa di Arcore, Berlusconi nel marzo 1994 troverà modo di fornire una nuova versione in aperto contrasto con quanto aveva affermato al Tribunale di Milano sette anni prima (quando aveva dichiarato di "non ricordare" come fosse finito il suo rapporto con lo “stalliere” mafioso insediato nella sua villa di Arcore): " [Mangano] lo licenziammo non appena scoprimmo che si stava adoperando per organizzare il rapimento di un mio ospite"29; ma ciò che il disinvolto presidente del Consiglio in pectore evita comunque e accuratamente di chiarire, è il perdurare perlomeno a tutto il 1980 dei rapporti e degli incontri tra il suo sodale Marcello Dell'Utri e il potente boss mafioso presuntamente “licenziato” anni prima.

Nello stesso marzo 1994, anche Dell'Utri offre una sua nuova versione30 della scottante vicenda: "Ho conosciuto Mangano nella Palermo anni Sessanta: ero allenatore della Bacigalupo, squadra di calcio giovanile. Era una specie di tifoso. Commerciava cavalli. Me ne ricordai nel 1975. Mi ero trasferito a Milano (1961), ero diventato assistente di Berlusconi (1973). Mi incaricò di cercare una persona esperta di conduzione agricola. Così chiamai Mangano. Rimase ad Arcore due anni. E si comportò benissimo. Trattava con i contadini, si occupava dei cavalli. Ma la notte di Sant'Ambrogio del 1975, dopo aver cenato con noi, il principe di Santagata fu sequestrato vicino ad Arcore. C'era una nebbia terribile. L'auto dei rapitori andò a sbattere. E il principe riuscì a fuggire. Le indagini lanciarono sospetti su Mangano, svelarono che non aveva un passato immacolato. Fu allontanato. Poi finì in carcere. Mi telefonò anni dopo: voleva vendere un cavallo a Berlusconi [ ... ]. Poco dopo arrivò la polizia. Intercettavano le telefonate, pensavano a linguaggi cifrati: giri di droga".

Nel ventre della “mafia bianca”

Il rapporto Criminalpol del 13 aprile 1981 appuntava l'attenzione su Marcello Dell'Utri (e sul suo gemello Alberto) alle pagine 17576, dove rilevava: "Si è accertato che il Dell'Utri con cui il Mangano Vittorio conversa amichevolmente nel corso della intercettazione è Dell'Utri Marcello, domiciliato in via Chiaraválle 7, fratello di quel Dell'Utri Alberto nato a Palermo l'11 settembre 1941, domiciliato anche lui a Milano in via Chiaravalle 7, nei cui confronti in data 2 aprile 1979 fu emesso [ ... ] mandato di cattura per concorso in bancarotta fraudolenta. Tale provvedimento di cattura fu emesso anche nei confronti di Rapisarda Filippo Alberto, nato a Sommatino (Caltanissetta), nei confronti di Alamia Francesco Paolo, nato a Villabate (Palermo), e nei confronti di Breffani Giorgio [ ... ]. 1 predetti, legati al noto Vito Ciancimino, ex sindaco di Palermo [ ... ] originario di Corleone, indiziato da tempo di collusione con la mafia, erano e sono tuttora interessati, insieme al medesimo Vito Ciancimino, alla InimInternazionale Immobiliare spa, con sede in Palermo in via Rapisardi 9, e a Milano in via Chiaravalle 7".

"La Inim", proseguiva la Criminalpol, "risulta iscritta alla Camera di Commercio [di Milano] in data 10 luglio 1978 ed ha come oggetto d'esercizio la mediazione e l'intermediazione di immobili. Soci risultano Caristi Angelo (nato a Messina), Silvestri Felice (nato a Palermo), e il citato Alamia Francesco. Nel novembre 1978 viene registrato il trasferimento della sede e della direzione generale sempre in Milano [ ... ]. In via Chiaravalle 7/9 risulta avere sede anche la Raca spa avente per oggetto d'esercizio l'esecuzione di lavori di costruzioni edili, civili, industriali [e] compravendite di immobili. Soci risultano, oltre ai citati Caristi Angelo e Rapisarda Filippo Alberto, anche Della Puppa Gaetano [ ... ]".

"L'aver accertato", concludeva il rapporto della Criminalpol, "attraverso la citata intercettazione telefonica il "contatto" tra il Mangano Vittorio, di cui è bene ricordare sempre la sua particolare pericolosità criminale, e il Dell'Utri Marcello, ne consegue necessariamente che anche la Inim spa e la Raca spa, operanti in Milano, sono società commerciali gestite anch'esse dalla Mafia e di cui la Mafia si serve per riciclare il denaro sporco provento di illeciti".

Ciò di cui la Criminalpol non si avvedeva in merito alla Inimferma restando la peculiarità di "società commerciale gestita dalla mafia e di cui la mafia si serve per riciclare denaro sporco" è che di società chiamate Inim ve ne erano ben tre, tutte e tre interne allo stesso giro palermitanomilanese e legate tra loro da un intricato assetto “incestuoso”31.

Ma l'intrico societario dei cianciminiani a Milano non si limitava alle Inim. In via Chiaravalle 7/9 avevano sede molte altre società: ad esempio la Cofire (intestata a quattro commercialisti, 100 milioni di capitale), la Raca (impresa edile, 100 milioni di capita le), la Sofin (finanziaria immobiliare che nel 1977 aveva deliberato un aumento di capitale da 100 milioni a 20 miliardi), e una selva di altre società immobiliari tra loro legate da intricatissimi assetti azionari. Si trattava di un gruppo finanziarioimmobiliare caratterizzato dalla ingente liquidità: benché dalle oscure e repentine origini e dagli incerti e intricati contorni, il gruppo InimSofin nel biennio '7677 sulla piazza milanese era ritenuto un colosso immobiliare nazionale secondo solo alla Beni Immobili Italia di Anna Bonomi. Proprio grazie all'ingente disponibilità di capitali, il gruppo cianciminiano si era subito specializzato nel rilevare aziende in crisi: come nel caso della gloriosa immobiliare milanese Facchin & Gianni (per la quale nel 1976 la InimSofin aveva sborsato 6 miliardi in contanti, impegnandosi a pagarne altri 22, e rilevando così vaste proprietà terriere e immobiliari)32, dell'impresa edile di Mondovì Bresciano sas33, e della nota azienda dolciaria torinese Venchi Unica34.

Alla guida del gruppo InimSofin erano stati posti Francesco Paolo Alamia e Filippo Alberto Rapisarda35, con la regia occulta (ma non troppo) del boss mafioso Vito Ciancimino. "Alamia e Ciancimino dispongono di centinaia di miliardi [che utilizzano per rilevare attività fallimentari]. Sulla provenienza [degli ingenti capitali] si fanno molte ipotesi. Una di queste ipotesi è che i miliardi arrivino dall'estero [provenienti] dai boss che fanno traffici internazionali e che hanno bisogno di riciclare i loro guadagni [ ... ]. I mafiosi pagherebbero il denaro, pulito in Svizzera, al 30 per cento del suo valore"36. Era convinzione diffusa che l'Inim fosse un gruppo originato dal clan dei siciliani capeggiato da Vito Ciancimino e appoggiato da potenti esponenti politici Dc della corrente andreottiana: "Non un solo “cervello”, ma più di uno: a Palermo, a Roma, a Milano, e anche all'estero. Nomi grossi, gente importante", ammetterà, nel 1979, il latitante Filippo Rapisarda.

Nell'intrico mafioso del gruppo InimSofin formato dal clan dei cianciminiani, Marcello Dell'Utri vi era entrato ufficialmente nel marzo 1978, con la carica di consigliere di amministrazione della Inim sas. Stabilendo la sua residenza privata nel palazzo di via Chiaravalle dove il gruppo aveva sede, Dell'Utri aveva poi assunto altre cariche di primo piano nello scabroso arcipelago societario del giro finanziarioimmobiliare gestito dal duo AlamiaRapisarda: presidente del consiglio di amministrazione della Cofire, rappresentante legale delle "controllate" Immobilnord spa e Immobiliare Concordia srl, e consigliere e amministratore delegato della Bresciano spa37; suo fratello, Alberto Dell'Utri, aveva assunto la carica di amministratore delegato della Venchi Unica Duemila. Nel 1979, l'improvvisa interruzione dei flussi finanziari aveva determinato il fallimento a catena di molte società del gruppo, e aveva poi fatto emergere la natura malavitosa del gruppo InimSofin e la dedizione alla criminalità finanziaria dei suoi gestori. Il fallimento con bancarotta della Venchi Unica Duemila38, e della Bresciano39, avevano inoltre reso evidente la strumentalità del loro “salvataggio” da parte del gruppo finanziario mafioso.

Perché il berlusconiano Marcello Dell'Utri (insieme al gemello Alberto) era entrato nel gruppo finanziarioimmobiliare dei cianciminiani, gruppo "in concorrenza" col gruppo Berlusconi? E attraverso quali passaggi questa misteriosa operazione era stata possibile? Perché Dell'Utri, nella primavera del 1978, era al tempo stesso amministratore della berlusconiana Immobiliare Romano Paltano e contemporaneamente amministratore di una società (la Bresciano) del gruppo InimSofin? C'erano forse convergenze affaristicofinanziarie tra il gruppo Berlusconi in crisi di liquidità e il gruppo Ciancimino ricco di ingenti capitali? Vi era un qualche nesso tra “L'operazione Dell'UtriInim” e la concomitante affiliazione di Berlusconi (gennaio 1978) alla Loggia P2?

Al Tribunale, Dell'Utri fornirà una versione dei fatti elusiva, menzognera e contraddittoria, fin dall'inizio: "Conobbi il Rapisarda la prima volta all'incirca nel 1975; egli mi propose degli affari che non andarono in porto, e tutto per il momento finì lì"40. Ben diverso, e ben altrimenti circostanziato, il racconto del Rapisarda in merito al suo incontro con Marcello Dell'Utri: "Ebbi a conoscere Dell'Utri Alberto e Caronna Marcello, nel 1976, in quanto vennero da me negli uffici di via Chiaravalle per propormi la costituzione di una società [ ... ]; i predetti mi erano stati raccomandati da Cinà Gaetano di Palermo, che io conoscevo da tanti anni. Dopo qualche mese si presentò da me Dell'Utri Marcello accompagnato da Cinà Gaetano, e in quella occasione il Cinà mi pregò di far lavorare da me i fratelli Dell'Utri Alberto e Marcello. Il Dell'Utri Marcello già lavorava per il gruppo Berlusconi, senonché il Dell'Utri Marcello e il Cinà mi dissero che il Berlusconi in quel momento era in cattive acque, non aveva soldi e pagava poco il Dell'Utri [ ... ]. Conoscevo Cinà Gaetano da anni, fin dagli anni Cinquanta, avendolo conosciuto insieme a Mimmo Teresi e Stefano Bontate [boss mafiosi, NdA]. Effettivamente ho assunto Marcello Dell'Utri nel mio gruppo societario perché era "difficilissimo" poter dire no al Cinà Gaetano dal momento che il Cinà rappresentava il gruppo in odore di mafia facente capo a Bontate-TeresiMarchese Filippo. Marcello Dell'Utri poi mi disse che la sua conoscenza con tutti questi personaggi mafiosi era dovuta al fatto che si era dovuto interessare per mediare tra coloro che avevano fatto estorsioni e minacce a Berlusconi e il Berlusconi stesso. Mi precisò Dell'Utri Marcello che a seguito di tali minacce estorsive il Berlusconi aveva fatto andare all'estero provvisoriamente la moglie e i figli. Il Dell'Utri mi disse anche che la sua attività di mediazione era servita a ridurre le pretese di denaro dei mafiosi"41.

La versione di Dell'Utri in merito al suo ingresso nel gruppo Inim dei cianciminiani di Palermo sarà costellata di inverosimiglianze: "[Nel 1977] ebbi nuovamente un contatto col Rapisarda [che] aveva ormai assunto il concordato Facchin & Gianni, che era la più prestigiosa impresa immobiliare di Milano. Il Rapisarda [ ... ] mi parlò di sue proprietà in quel di Peschiera Borromeo, mi portò a visitarle, e poi mi propose di collaborare con lui nella Bresciano (società di costruzione che aveva da poco rilevato); mi disse che se avessi accettato mi avrebbe dato il 5 per cento delle azioni della società [ ... ]; disse anche che la Bresciano aveva lavori in Siria [ ... ], io [andai in Siria] e constatai che in effetti l'impresa Bresciano stava lavorando in Siria. Man mano che il Rapisarda mi faceva le sue proposte io ne parlavo con il dottor Berluscon4 col quale ero quotidianamente in contatto. Faccio notare che il Rapisarda mi aveva proposto uno stipendio all'incirca doppio di quello che mi dava il Berlusconi. Debbo dire che il Berlusconi, persona molto esperta, manifestò subito grande perplessità [per la proposta di Rapisarda, ma alla fine] mi suggerì lui stesso di provare ad accettare, promettendomi che, se la cosa non fosse andata bene, mi avrebbe ripreso con sé: cosa che in effetti è poi avvenuta. Fu così che entrai alle dipendenze del Rapisarda"42. E ancora: "Fu alla fine del 1977 che io entrai alle dipendenze del Rapisarda. Nel 1978 divenni amministratore delegato della Bresciano. Faccio ancora notare che per consiglio del dottor Berlusconi, a un certo punto, vedendo che le cose non erano chiare, consigliai al Rapisarda di assumere come consulente tal ing. Garofalo Giuseppe affinché egli compisse una sorta di “radiografia” dell'impresa [ ... ]. Di fatto, chi amministrava la Bresciano era il Rapisarda: io ero amministratore solo di nome; egli mi lasciava autonomia soltanto per le piccole cose di routine [ ... ]. Mi resi conto immediatamente che [alla Bresciano] non vi erano dirigenti all'altezza della situazione; i lavori erano in corso ma a rilento; la società aveva continue necessità di sovvenzioni, che provenivano da banche e dallo stesso Rapisarda, che non so dove attingesse ai fondi [ ... ]. Il Rapisarda avrebbe voluto che io gli conferissi procura generale anche con riferimento alla Bresciano, ma io non volli dargliela e ciò incrinò i nostri rapporti [ ... ]. Quando la Bresciano venne dichiarata fallita, nel gennaio 1979 [in realtà, nel gennaio 1980, NdA], ovviamente cessai dalla mia carica [di amministratore] e ritornai non subito, peraltro da Berlusconi"43. "Faccio presente che io ero il firmatario quale amministratore della domanda di amministrazione controllata [per la Bresciano], ma in realtà tutto era già stato deciso dal Rapisarda [ ... ]. lo al momento non mi rendevo conto, non essendo esperto in materia [ ... ]. Preciso che il Rapisarda era un “incantatore”, nel senso che riusciva a imporre la sua visione a tutti"44.

L'equivoco intreccio Dell'UtriRapisardaBrescianoBerlusconi assume tratti grotteschi nella versione che ne darà lo stesso Berlusconi al Tribunale di Milano una mera “questione salariale” e “carrieristica” riguardante il suo improvvido e maldestro “segretario personale”: "Marcello Dell'Utri lo conosco fin da quando eravamo ragazzi, e ricordo che dopo che era venuto a lavorare con me mal sopportava di svolgere esclusivamente attività di segretariato personale e di assistente a tutto quello che atteneva casa di Arcore, mentre avrebbe desiderato fare una esperienza dirigenziale e comunque attivarsi avendo una certa sfera di iniziative nel campo tecnicoprofessionale. Fu per questo, come egli ebbe a dirmi, che quando gli fu offerto dal Rapisarda di andare a lavorare da lui con un ruolo di dirigente egli accettò di buon grado, e non soltanto perché avrebbe percepito il doppio di ciò che prendeva lavorando da me. Tuttavia, dopo l'andamento negativo della sua esperienza nel gruppo societario del Rapisarda fui io stesso a dirgli di ritornare da me. Non so se subito o successivamente venne determinato il settore in cui egli avrebbe nuovamente operato, sta di fatto che lo ritrovai più maturo, tant'è che io gli affidai un incarico all'interno di Publitalia '80, che è la concessionaria di pubblicità del nostro gruppo45. Mi si chiede se Dell'Utri Marcello, prima e dopo l'esperienza lavorativa presso il gruppo Rapisarda, avesse una esperienza di amministratore nel senso di una capacità di amministrare autonomamente un'impresa, e rispondo che né prima, né dopo l'esperienza lavorativa presso il gruppo Rapisarda il Dell'Utri mi risulta avesse una simile esperienza e capacità46. Non ricordo quanto effettivamente percepisse il Dell'Utri all'epoca in cui smise di lavorare presso di me, ma mi riservo di consultare la documentazione eventualmente in mio possesso e comunicarlo [ ... ]. Posso precisare che le entrate del Dell'Utri, a quanto mi consta provenienti dall'attività lavorativa, erano esclusivamente quelle derivantigli dallo stipendio che gli davo, e ribadisco comunque che dal Rapisarda avrebbe preso più del doppio di quello che prendeva da me"47.

Diversamente dalle fuorvianti amenità berlusconiane, l'ingresso di Dell'Utri nel gruppo mafioso Inim con funzioni dirigenziali è una vicenda oscura e densa di sospetti. Sospetti che si appuntano ad esempio sulla questione dei terreni di Peschiera Borromeo della Facchin & Gianni acquisiti dal gruppo Inim e finiti, nel bel mezzo della vicenda Bresciano, alla Cassa di Risparmio di Asti. Dichiarerà Rapisarda al magistrato: "[Quando il boss Cirtà mi invitò ad assumere i fratelli Dell'Utri] sapevo che il Berlusconi aveva chiesto di rilevare la Facchin & Gianni [ma occorrevano] 12 miliardi e non se n'era fatto niente perché il Berlusconi offriva soltanto 6/7 miliardi con un acconto solo di 300 milioni in quanto non aveva mezzi"48; ma di tutto questo, il supposto “ex segretario personale” di Berlusconi, Dell'Utri, nulla avrebbe saputo: "Io dei terreni di Peschiera Borromeo della Milano Parco Est sapevo che c'erano [solo perché] mi ci portava H Rapisarda a fare equitazione"49.

L'attenzione dei magistrati, tuttavia, si focalizza proprio sulla faccenda dei terreni di Peschiera Borromeo: finiti alla Cassa di Risparmio di Asti a fronte dell'ingentissima esposizione della Bresciano, Berlusconi aveva allacciato una trattativa con la Cassa per entrarne in possesso. Ma Dell'Utri dichiara al magistrato di non esserne a conoscenza, anzi nega risolutamente qualunque trattativa, ammettendo solo un vago “contatto” del seguente tenore: "Il Marrandino [funzionario della Cassa di Risparmio di Asti, NdA] una volta mi chiese, nel '7879, non ricordo, di interessarmi presso Berlusconi alla Edilnord se voleva acquistare i terreni di Peschiera Borromeo intestati alle Milano Parco Est [ ... ], cosa che in effetti feci, ma non parlando direttamente con Berlusconi, in quanto sapevo che non avrebbe aderito [poiché] la situazione edilizia anche di Milano 3 era in crisi; parlai invece, della proposta della Cassa di Asti, alla Edilnord, a persona che ora non ricordo, o a un architetto dell'ufficio progettazione della Edilnord [ ... ]. Non si trattò in realtà di trattative [ma solo del fatto che il funzionario della Cassa di Asti] mi disse una frase di questo genere: “Veda un po', lei che conosce Berlusconi, se è interessato all'acquisto di questi terreni che la Banca intende vendere” [ ... ]. Si trattò solo di una richiesta di presa di contatti con Berlusconi, ma si trattava di una proposta generica che finì lì, nel senso che io risposi, pressoché subito, che l'acquisto non interessava l'Edilnord. Ripeto che non si fecero mai trattative in merito all'acquisto dei suddetti terreni da parte di Berlusconi o di società del suo gruppo. Escludo che vi siano state delle trattative con la Cassa di Asti in merito all'acquisto dei terreni di Peschiera Borromeo da parte di Berlusconi o di società facenti parte del suo gruppo [ ... ]. Ribadisco che trattative concrete per l'acquisto dei terreni suddetti da parte del gruppo Berlusconi non vi sono mai state, e ribadisco che non vi fu mai interesse da parte della Edilnord o di Silvio Berlusconi o di società del suo gruppo all'acquisto di detti terreni [ ... ]. Prendo atto che dalla documentazione acquisita agli atti risulta che la Cassa di Risparmio di Asti faceva presente nel 1978 alla Banca d'Italia che la situazione inerente la Inim della esposizione Bresciano era in fase di definizione [poiché] l'imprenditore Silvio Berlusconi era pronto ad acquistare i terreni siti in Peschiera Borromeo delle Milano Parco Est a ben precise modalità e prezzi, e rispondo che assolutamente non mi risulta questa situazione"50.

La versione resa al Tribunale di Milano da Berlusconi circa le sue trattative con la Cassa di Asti aventi per oggetto i terreni di Peschiera Borromeo, nell'ambito della vicenda BrescianoInim, è l'apoteosi della vaghezza, dell'elusività, dell'ambiguità: "Escludo che nel 1975, a quanto mi posso ricordare, vi sia stato un interessamento e comunque trattativa, anzi trattative mi sento proprio di escluderle, per l'acquisto dei terreni di Peschiera Borromeo della Facchin & Gianni, anche perché all'epoca la Edilnord era impegnata nelle attività edilizie di Milano 2 e Milano 3. Fu soltanto nell'agosto di circa dieci anni fa [circa 1977] che fui contattato personalmente da un funzionario della Cassa di Risparmio di Asti, che venne ad Arcore proponendomi l'acquisto di proprietà terriere in Peschiera Borromeo. Ricordo di essermi [poi] recato ad Asti, nella sede della Cassa di Asti, nell'agosto di una decina di anni fa, [dopodiché] dieciquindici giorni dopo, anzi non posso precisare dopo quale tempo, risposi definitivamente che non ero interessato all'acquisto dei terreni. Tengo a precisare che in realtà non ci fu mai un mio interesse reale all'acquisto di quei terreni: mi sembrava infatti che l'iter di approvazione degli strumenti urbanistici fosse ancora di lunga durata51, così almeno mi sembra di ricordare; tuttavia ricordo che per motivi diplomatici e cioè per evitare di deludere funzionari di istituti bancari e chi me li aveva presentati di cui non ricordo il nome, atteggiai il mio comportamento nel senso di dare l'impressione di un mio possibile interessamento futuro"52 ; ma i troppo labili e sfuggenti “ricordi” di Berlusconi non persuadono il magistrato, che, spazientito, verbalizza: "L'Ufficio fa presente [al teste Berlusconi] l'importanza processuale in ordine alla circostanza delle trattative svoltesi o meno con la Cassa di Asti per l'acquisto dei terreni siti in Peschiera Borromeo [ ... ] e invita il teste a essere preciso sul punto, posto che pur non emergendo allo stato degli atti un suo concreto interesse quale parte privata nel procedimento penale [a carico di RapisardaDell'Utri], tant'è che viene sentito come testimone, la risposta in ordine alla questione dell'esistenza o meno di trattative circa l'acquisto di terreni di Peschiera Borromeo appare essenziale nel presente procedimento ed eventuali reticenze o imprecisioni sul punto da parte del teste potrebbero fare scattare la necessità di indagini anche nella direzione del gruppo societario facente capo a detto teste, posto che un'operazione di acquisizione da parte della Cassa di Asti dei terreni è configurato allo stato degli atti come attività di bancarotta fraudolenta e tale operazione si è svolta in corrispondenza cronologica col distacco di Marcello Dell'Utri dalla dipendenza del gruppo societario di Berlusconi e ad operazione compiuta il rientro dello stesso Dell'Utri alle dipendenze del gruppo Berlusconi medesimo[…]. Si invita pertanto il teste a rispondere con la massima precisione e chiarezza" e il teste Berlusconi dichiara: "Il tempo passato è notevole [ ... ], non essendo in grado di fornire attualmente risposte precise alle domande rivoltemi, mi sembra corretto esperire sulle agende che riguardano quel periodo un'indagine rapida [ ... ]. A memoria d'uomo, per quello che posso ricordare, la nostra società non mi sembra, al riguardo, abbia fatto offerte precise di prezzo d'acquisto dei terreni di Peschiera Borromeo [ ... ]. Escludo che Marcello Dell'Utri si sia interessato presso di me per caldeggiare o per farmi offerte o in ogni caso per fare da tramite per la vendita dei terreni di Peschiera Borromeo a me o al mio gruppo [ ... ]. Durante la fuoriuscita del Dell'Utri dal mio gruppo societario, i rapporti tra me e il Dell'Utri non furono continuativi e posso immaginare per una specie di pudore derivante dal fatto che io lo avevo sconsigliato di intraprendere quella attività, cioè quella del Rapisarda; il Dell'Utri non mi tenne al corrente di cose che riguardavano la sua attività lavorativa con il Rapisarda"53.

In data 18 febbraio 1987, Filippo Alberto Rapisarda inoltra una denuncia contro ignoti per minacce che avrebbe ricevute: "Sospetto che [tali] minacce possano provenire [tra gli altri] dai fratelli Bono, o da Virgilio Antonio ultima direzione da cui proviene la ,minaccia di cui alla mia denuncia è dal gruppo Berlusconi per le denunce da me fatte nei confronti di Dell'Utri Marcello e Alberto"54. Dopo il crac della Bresciano e della Venchi Unica Duemila, infatti, i Dell'Utri e Rapisarda si palleggiano le responsabilità penali in un ambiguo gioco delle parti.

Il successivo 13 novembre, Rapisarda ha modo di fornire al magistrato la seguente deposizione sul conto di Marcello Dell'Utri: "Al ristorante “Il Viceré” [di Milano] andavano a mangiare una quantità di palermitani e siciliani, e tra questi vi era anche Marcello Dell'Utri, e il Dell'Utri era già frequentatore e amico del Brucia Domenico [e aveva] stretti contatti con quel giro di siciliani, tant'è vero che veniva spesso nei suoi uffici della Bresciano in via Chiaravalle un suo amico, che il Dell'Utri ebbe modo di presentarmi, e che poi seppi dai giornali che era Ugo Martello. Ricordo che quando costui si recava negli uffici di Dell'Utri, si chiudeva negli uffici stessi del Dell'Utri a confabulare, e mi ricordo che quando il Dell'Utri mi presentò come suo amico quell'uomo che poi seppi essere il ricercato Ugo Martello, mi disse che si trattava di un suo carissimo amico, che la sua società era rimasta creditrice della Venchi Unica Duemila, che si trattava di una persona di tutto rispetto, e che quindi quel debito della Venchi Unica Duemila verso la società del suo amico "o fallimento o non fallimento, andava pagato, se non si voleva incorrere in dispiaceri". lo risposi a Dell'Utri che non era possibile pagare un creditore a preferenza di altri, e gli dissi che se lo voleva fare, poiché l'amministratore

ra suo fratello Alberto, dicesse a lui di pagare, io non ne volevo sapere. A proposito di quell'uomo che anni dopo, a seguito del suo arresto, seppi dai giornali essere Ugo Martello, ricordo che dopo la presentazione fattami dal Dell'Utri, lo vidi frequentare assiduamente gli uffici di Dell'Utri [quando era] amministratore della Bresciano [ ... ]. Tra i frequentatori abituali del ristorante "Il Viceré" di Brucia Domenico, vi era una persona da me conosciuta da oltre venticinque anni, di nome Bosco Emanuele, e costui spesso lo avevo visto insieme a pranzo insieme con Ugo Martello, Mingiardi Salvatore detto Turi, con Bono Alfredo e con tutta la malavita siciliana che frequentava il ristorante di Brucia Domenico. Nel ristorante del Brucia ci andavano spesso Marcello Dell'Utri e Ugo Martello, che erano intimi amici tra loro e amici del Brucia. Il Dell'Utri si vantava anche di essere amico di Marchese Filippo di Palermo, e offrì a Caristi di dare la copertura dei Marchese per le filiali di Palermo e di Catania della Inim, nel senso di avere una protezione da parte di quei personaggi. Seppi poi, quando ero all'estero, che in appartamenti del palazzo di piazza Concordia 1, in Milano, all'epoca in cui a Milano era rimasto Dell'Utri Marcello a gestire quello che era rimasto del gruppo Inim, erano andati ad abitare Bono Alfredo, Emanuele Bosco e Mongiovi Angelo, e un ragioniere della famiglia mafiosa di Raffadali"55.

"Quando Dell'Utri Marcello lavorava negli uffici di via Chiaravalle", dirà ancora Rapisarda, "venivano frequentemente e abitualmente a trovarlo Ugo Martello, Stefano Bontate, Teresi Domenico e Cinà Gaetano che, praticamente, era di casa nell'ufficio di Marcello Dell'Utri [ ... ]. Negli ultimi mesi del 1978 incontrai in piazza Castello Mimmo Teresi e Stefano Bontate che mi invitarono a prendere un caffè insieme a loro, e il Teresi nella circostanza mi disse che stava per diventare socio di Berlusconi Silvio in una società televisiva privata dicendomi che ci volevano 10 miliardi e mi chiese un parere, tra il serio e lo scherzoso, se era un buon affare. Ritengo che Caristi Angelo sappia qualcosa in merito alla società tra il Berlusconi Silvio e Mimmo Teresi. Mi risulta che il Teresi e lo Stefano Bontate operassero insieme nelle imprese immobiliari e negli affari in genere. Successivamente ricordo che Caristi Angelo, responsabile amministrativo della Inim, reparto filiali, mi disse che Dell'Utri Marcello gli aveva offerto la protezione di Filippo Marchese al fine di fargli acquisire immobili sulla piazza di Palermo. lo dissi al Caristi di tenersi però lontano da quella gente trattandosi di mafiosi molto pericolosi"56. Rapisarda, ai tempi, era proprietario dell'emittente Milano Telenord, e intratteneva stretti rapporti col boss Vittorio Mangano, a sua volta interessato all'emittenza televisiva. Rapisarda aveva costituito la Milano Telenord srl il 14 gennaio 1977, e secondo alcune voci avrebbe a lungo cercato di associare Berlusconi al suo progetto televisivo.

Un rapporto del Nucleo operativo dei Carabinieri di Pistoia datato 25 aprile 1983 accertava che "Francesco Paolo Alamia faceva parte, con compiti dirigenziali e organizzativi, di un illecito sodalizio che traeva profitto da attività edilizie ed immobiliari ove confluivano ingenti somme di dubbia provenienza [ ... ]. Da qui il sospetto che le stesse attività imprenditoriali servissero da copertura per riciclare il denaro sporco investendolo in attività lecite".

In un'ordinanza di rinvio a giudizio del gennaio 1989, il sostituto procuratore del Tribunale di Palermo Alberto Di Pisa scriverà: "[Dalle indagini] si rilevava che il direttore generale Rapisarda e la Inim erano stati in contatto, apparentemente per questioni attinenti alla dichiarata attività commerciale della Inim, con le famiglie di alcune vittime di sequestri di persona [ ... ]. Le indagini [condotte dal Nucleo dei Carabinieri di Torino] inducono fondatamente a ritenere che la Inim altro non fosse che il paravento per riciclare denaro proveniente da attività illecite".

Tra i 101 esponenti della criminalità organizzata "imperante in Milano e Lombardia" elencati dal rapporto Criminalpol del 13 aprile 1981, vi era anche il nome di Francesco Turatello, la cui madre veniva indicata residente in un appartamento di Milano 2 sotto il falso nome di “Giovenco Luigia”57.

Nel marzo 1985, lo screditato camorrista “pentito” Gianni Melkuso rivolgerà accuse a un "potentissimo personaggio di Milano... E uno che ha costruito mezza Milano, che nel 197778 era stramiliardario e legatissimo a Turatello. Era lui a prendere i soldi dei sequestri di Turatello. Per esempio, Turatello gli dava un miliardo sporco e lui gli passava trecento milioni puliti. E il miliardo finiva al sicuro nelle banche. Tra l'altro, Turatello ebbe in regalo un appartamento grandissimo... Il guaio è che è un personaggio intoccabile, amico di potenti politici italiani. Un magistrato mi ha detto: “Gianni, qui passiamo brutti guai”. E sono sicuro che, quando farò il suo nome, lui mi attaccherà, perché ha le possibilità di farlo a livello nazionale. Ma quando le cose si mettono male, conviene dire tutto. D'altra parte, Epaminonda il suo nome l'ha già fatto. E lui deve avere paura più di Epaminonda che di me, perché Epaminonda è rimasto in libertà fino a poco tempo fa e sa tante cose che io non so. Sia chiaro che il mio non è un ricatto, io non ho bisogno dei suoi soldi"58.

Uomini d'onore e di rispetto

Il fallimento della Venchi Unica Duemila spa amministrata da Alberto Dell'Utri (dichiarato dal Tribunale di Torino nel luglio 1978) determina il crollo a catena del gruppo InimSofin, crollo che culmina col fallimento (gennaio 1980) della Bresciano spa amministrata da Marcello Dell'Utri. Emerge così una selva di irregolarità, malversazioni e ammanchi che porta ad arresti per bancarotta fraudolenta (tra gli altri, di Alberto Dell'Utri), mandati di cattura (Rapisarda), e imputazioni per reati di criminalità finanziaria (tra gli altri, a carico di Marcello Dell'Utri)59.

Risulteranno così evidenti la natura malavitosa del gruppo Inim, la sua connotazione di propaggine “imprenditoriale” della malavita organizzata, e la sua funzione di struttura dedita al riciclaggio di capitali sporchi. E risulterà vieppiù evidente come l'acquisizione da parte del gruppo finanziarioimmobiliare siculomilanese delle società Bresciano e Venchi Unica avesse avuto quale reale obiettivo l'accesso a ingenti crediti bancari, e come i terreni di Peschiera Borromeo rilevati dal fallimento Facchin & Gianni avessero avuto grande parte nella losca vicenda. Ma non verrà mai appurato quale esatto ruolo vi abbiano avuto i "berlusconiani" Marcello e Alberto Dell'Utri, subito posti al vertice delle due società fallite, né quale disegno fosse sotteso alla loro repentina presenza nel mafioso gruppo finanziarioimmobiliare dei cianciminiani.

Vero è che l'ingresso dei “berlusconiani” Dell'Utri nel gruppo-cianciminiano è contestuale all'ingresso di Berlusconi nella Loggia massonica P2, e alle due operazioni seguirà il superamento della crisi finanziaria delle attività berlusconiane e il tumultuoso sviluppo del gruppo Fininvest (con il varo delle "operazioni televisive") grazie alla disponibilità di nuovi e ingentissimi capitali. Del resto, il Venerabile piduista Licio Gelli, oltre a controllare numerose banche e a manovrare cospicui capitali esteri, avrebbe intrattenuto rapporti finanziari anche con Cosa Nostra: "Marino Mannoia ha riferito di avere appreso da Stefano Bontate e da altri uomini d'onore della sua famiglia che Calò Giuseppe, Riina Salvatore, Madonia Francesco e altri dello stesso gruppo (“corleonese”) si avvalevano di Licio Gelli per i loro investimenti a Roma. Gelli era il “banchiere” di questo gruppo come Sindona lo era stato per quello di Bontate Francesco e di Inzerillo Salvatore"60.

Tra il settembre 1979 e il febbraio 1980, il latitante Filippo Alberto Rapisarda, rifugiatosi dapprima in Svizzera e quindi in Venezuela per sfuggire al mandato di cattura, divulga un sibillino “memoriale” (attraverso una strana agenzia giornalistica, “AnipeAgenzia nazionale informazioni politiche economiche”)61, nel quale il pluripregiudicato finanziere indiziato di associazione a delinquere di stampo mafioso si difende dalle imputazioni e lancia avvertimenti.

Il gruppo Inim, scrive Rapisarda, "avrebbe potuto dare lavoro a migliaia di impiegati e operai, ma gli appetiti e l'invidia di alcuni gruppi finanziari e politici hanno fatto si che succedesse tutto questo, forse perché non mi sono piegato fino in fondo alle molteplici pressioni ricevute, vedasi il caso delle licenze edilizie la cui mancata concessione non mi ha permesso di realizzare niente"; il finanziere latitante dichiara di essere in pericolo di vita e costretto a tacere molte cose, ma precisa di avere "messo per iscritto" retroscena, colpe e responsabilità di "tutto quanto è successo in questi anni", e di avere affidato il tutto "nelle mani di un notaio che ha l'ordine di [rendere pubblico lo scritto] qualora fisicamente mi succedesse qualcosa... Chi deve avere da me quella grossa cifra, se eliminerà me, eliminerà domani anche voi". Nel merito della vicenda Venchi Unica, Rapisarda afferma che il gruppo Inirn avrebbe rilevato l'azienda dolciaria torinese su pressione del clan politico AndreottiScotti, e che il successivo, repentino fallimento sarebbe stato propiziato dal clan torinese del ministro Carlo Donat Cattin in guerra con Andreotti nell'ambito delle faide interne alla Dc.

L'agenzia “Anipe” che riporta il “memoriale” di Rapisarda dalla latitanza risulta diretta da tale Tito Livio Ricci, vero cognome D'Arcangelo, fratello di Michele D'Arcangelo: i due hanno lavorato alle dipendenze del Rapisarda curando le pubbliche relazioni del gruppo Inim. Secondo Michele D'Arcangelo, nel 1983 Marcello Dell'Utri lo invitò in una villa in Brianza per metterlo in contatto con personaggi che avrebbero potuto affidargli le pubbliche relazioni per il Casinò di Campione; ma a tarda sera, la polizia fece irruzione nella villa e portò tutti al commissariato (l'operazione di polizia era legata all'inchiesta sulla “mafia dei colletti bianchi”): D'Arcangelo e Dell'Utri vennero interrogati, e l'indomani tornarono in libertà.

Durante il periodo di latitanza trascorso in Venezuela, a Caracas, Rapisarda incontra molti “uomini d'onore”: anzitutto Giuseppe Bono, fratello di Alfredo62, quindi il boss Paolo Cuntrera (esponente dell'omonima famiglia ritenuta uno dei crocevia del traffico internazionale di stupefacenti), e i boss Romano Conte e Antonio Virgilio (anch'essi, come i fratelli Bono, indicati nel citato rapporto Criminalpol del 1981 tra i principali esponenti delle cosche della "mafia finanziaria" radicata a Milano). Da Caracas, il giro mafioso si attiva tra l'altro per tentare di salvare il salvabile dell'ex gruppo Inim, con particolare interesse per la parte dei terreni di Peschiera Borromeo ex Facchin & Gianni intestati alla Milano Santa Maria al Bosco spa (altra società del gruppo); ma i maneggi intorno alle spoglie dell'ex impero finanziarioimmobiliare, con andirivieni di commercialisti e boss da Milano a Caracas, non sortiscono alcun esito: tutto è ormai nelle mani dei Tribunali di Torino e Milano.

Dalla latitanza, Rapisarda dichiara all'“Espresso”: "Quello della Inim era un progetto ambizioso fallito soprattutto per colpa di feroci contrasti tra fazioni politiche. Ciancimino non era il cervello dell'Inim, era qualcosa di più... Di cervelli non ce n'era uno solo, ma più d'uno: erano a Palermo, a Roma, a Milano, e anche all'estero. Nomi grossi, gente importante... Il gruppo doveva essere costituito da molte aziende, l'obiettivo era di dare vita a un gruppo molto forte in alternativa ad altri gruppi del Sud e del Nord... Chi erano i finanziatori dell'Inim. [non lo posso dire]: io tengo alla mia vita, quelli là mi troverebbero anche in capo al mondo".

Un nuovo rapporto redatto dalla Criminalpol in data 28 marzo 1985, intitolato “Indagini su esponenti del crimine organizzato facenti capo al gruppo mafioso CuntreraCaruana ed a Rapisarda Filippo Alberto” scriverà: "In relazione ad una serie di reati fallimentari [riguardanti la Venchi Unica Duemila e la Bresciano spa, NdA] venne colpito da ordine di cattura, assieme al Rapisarda, anche il suo autista Dell'Utri Alberto. Costui è il fratello gemello di Dell'Utri Marcello, collegato al boss mafioso Mangano Vittorio e uomo di fiducia di Berlusconi Silvio e di Rapisarda Alberto"; attribuendo al Rapisarda un ruolo dirigenziale e di primo piano nell'ambito della criminalità organizzata nazionale e internazionale e un ruolo cardine nella mafia “imprenditoriale” il nuovo rapporto Criminalpol imputerà al pluripregiudicato faccendiere siciliano di avere fornito falsi passaporti ad alcuni responsabili di sequestri di persona a scopo estorsivo, favorendone l'espatrio in Venezuela dove essi avevano riciclato parte delle somme dei riscatti nell'acquisto di immobili.

Il crac del gruppo Inim. è di ingenti dimensioni. La sola Bresciano risulta debitrice verso la Cassa di Risparmio di Asti per un'esposizione di 33 miliardi, e nei suoi conti vi è un ulteriore passivo di circa 10 miliardi.

Nell'aggrovigliata contabilità della Venchi Unica Duemila, viene accertato un ammanco di L. 807.050.837. Tra l'altro, assegni di clienti della Venchi Unica Duemila (amministrata da Alberto Dell'Utri) risultano finiti su un conto personale di Alberto Dell'Utri63, mentre un assegno della Venchi Unica Duemila risulta incassato da Marcello Dell'Utri. Un assegno di L. 10 milioni, tratto da uno dei conti bancari della Bresciano, datato 10 luglio 1978, risulta incassato dal boss mafioso Gaetano Cinà.

Quando il Tribunale revoca il mandato di cattura a carico di Rapisarda, il finanziere torna in Italia e inoltra al Tribunale di Milano una raffica di esposti e denunce (in particolare contro la Cassa di Risparmio di Asti), una delle quali a carico dei fratelli Dell'Utri. "[Nella denuncia di Rapisarda, tra l'altro] è descritto un movimento di denaro di L. 29 milioni tra la Venchi Unica Duemila (amministrata da Alberto Dell'Utri) e la Bresciano (amministrata da Marcello Dell'Utri) attraverso cui vennero distratti L. 8 milioni personalmente dall'Alberto Dell'Utri. Dai documenti indicati e allegati [alla denuncia] emerge in modo evidente che Marcello Dell'Utri si prestò e cooperò all'occultamento ed alla distrazione della somma, facendo risultare entrati alla Bresciano solamente 21 milioni, avendone però ricevuti 29 [ ... ]"64. I termini della contesa sono evidenti: i due Dell'Utri affermano che la loro carica societaria di amministratori delle due società fallite era una canca puramente formale, e che essi erano in sostanza dei prestanomeparavento del Rapisarda65; il Rapisarda sostiene l'esatto contrario lamentando di essere stato perfino "licenziato" dai due Dell'Utri, e arriva a denunciare di essere fatto oggetto di anonime "minacce" dietro le quali sospetta esservi "il gruppo Berlusconi per le denunce da me fatte nei confronti di Dell'Utri Marcello e Alberto"66. A sua volta, Marcello Dell'Utri denuncia Rapisarda per truffa.

Il conflitto RapisardaDell'Utri nelle aule di Giustizia si protrae non troppo cruento parallelo al lentissimo e complicatissimo iter dei vari fascicoli giudiziari. "I due fratelli gemelli Alberto e Marcello Dell'Utri, amministratore delegato il primo della Venchi Unica Duemila spa ed il secondo della Bresciano spa, agivano in modo del tutto autonomo e indipendente dal Rapisarda: per essere esatti bisogna dire che erano del tutto incontrollabili e si erano apertamente ribellati, insieme ad Alamia e Caristi. Il Rapisarda non aveva più, nel 1978, alcun potere di interferire nel loro operato, tanto che proprio in quel periodo costoro provvidero addirittura ad estromettere [il Rapisarda] dal gruppo Inim, giungendo persino a "licenziarlo" quale direttore generale, revocandogli tutte le procure nelle varie società. Essi posero in atto una serie di comportamenti lesivi per le società e lesivi per il Rapisarda, dei quali, forse, ebbero successivamente a pentirsi [ ... ]"67.

In effetti, il gioco delle parti sembra avere registrato come sostiene Rapisarda un qualche successivo "pentimento" dei suoi ex soci fratelli Dell'Utri, ristabilendo tra gli antagonisti un saldo rapporto di rispetto. Il 14 ottobre 1989, infatti, la moglie di Marcello Dell'Utri, Miranda Ratti. ha tenuto a battesimo Cristina Elisabetta Rapisarda, figlia di Filippo Alberto. Uno dei club milanesi di “Forza Italia” (il partitosetta creato dai gemelli Dell'Utri) avrà sede nel covo dell'ex gruppo Inim e ex abitazione dei Dell'Utri, in via Chiaravalle 7/9. Secondo "Il Mondo", invia Chiaravalle 7/9, nel 1993 Rapisarda e i Dell'Utri discutono "dell'opportunità di creare un network televisivo in Argentina"68; inoltre, il "delinquente abituale" Rapisarda, forte di un certificato penale ormai lungo 12 pagine, nel 199394 è un assiduo frequentatore della "casa romana di Alberto Dell'Utri, in via Guido d'Arezzo, ai Parioli. Il gemello di Marcello [ ... ] usa presentare ai suoi ospiti il Rapisarda come finanziere e imprenditore attivo nel campo del trasporto aereo [ ... ]. Il salotto romano di Alberto Dell'Utri, responsabile di “Forza Italia” per la Capitale, svolge una funzione importante nei rapporti diplomatici del gruppo Fininvest"69.

Da parte sua, Silvio Berlusconi, tra il 1989 e il 1991, ha spostato dalle sue tasche a quelle di Marcello Dell'Utri la somma di L. 3 miliardi e 441 milioni, sottoforma di magnanime “donazioni” (in quanto tali sottratte alla tassazione Irpef). E nel settembre 1991, intervistato sul tema “La mafia a Milano”70 Berlusconi dichiara: "Io il fiato della mafia non lo avverto"; benché la criminalità organizzata radicata in Lombardia abbia ormai fatto di Milano la vera capitale "imprenditoriale" di Cosa Nostra71, Berlusconi dichiara: "[Non sono] in grado di sapere se H negoziante [milanese] è attanagliato dalla mafia [ ... ]. Non credo che il vero problema [di Milano] sia la pressione mafiosa".

Nel marzo 1994, le cronache registrano nuovi sviluppi nell'intrico giudiziario seguito al crac della Bresciano spa amministrata da Marcello Dell'Utri: "Dopo quasi due anni di udienze, si è concluso con un'assoluzione generale il processo che ha visto di fronte il finanziere Filippo Alberto Rapisarda e la Cassa di Risparmio di Asti. Ieri 46 amministratori e dirigenti della banca, avvocati, commercialisti, imprenditori e funzionari della Banca d'Italia sono stati assolti da reati come falso in bilancio, estorsione e bancarotta perché i fatti ad essi attribuiti non sussistono. Il Tribunale di Milano ha anche disposto la restituzione dei beni sequestrati nell'ambito della causa: un milione e 300 mila metri quadrati di terreni nel comune di Peschiera Borromeo, in provincia di Milano, e 30 miliardi in contanti bloccati all'istituto di credito piemontese. La conseguenza dell'assoluzione dei dirigenti della banca piemontese e dei loro consulenti è la richiesta di rinvio a giudizio nei confronti di Rapisarda e del suo collaboratore più stretto: Marcello Dell'Utri, attualmente al vertice del gruppo Fininvest e in passato amministratore delegato della società di costruzioni Bresciano spa prima del fallimento, avvenuto nel gennaio 1980. 1 due sono accusati di un crac per circa una decina di miliardi dell'epoca. Il collegio della Prima sezione penale del Tribunale di Milano ha disposto di procedere nei confronti di Rapisarda e Dell'Utri. Lo stesso Pm, al termine della requisitoria, aveva chiesto l'assoluzione generale del vertice della Cassa di Asti [ ... ]. Tra gli attori del processo vi è Diego Curtò: nel luglio 1992 Curtò concesse il sequestro di beni della banca richiesto da Rapisarda"72. Si apprende inoltre che Rapisarda e sua moglie sono indagati dalla Procura di Brescia per corruzione dei giudici Della Lucia e Curtò.

Intanto Marcello Dell'Utri dichiara: "Rapisarda lo conosco bene. Molti dicevano che fosse un mafioso, ma io non l'ho mai creduto. Le voci nascevano dal fatto che il suo socio Francesco Alamia era consigliere comunale della corrente di Ciancimino. Ma io sono certo che lui non ha frequentato Ciancimino, e neppure l'ha mai visto ... "; quanto alle accuse rivoltegli dal Rapisarda di essere stato un assiduo frequentatore di boss mafiosi, Dell'Utri dichiara: "Tutte falsità totali... Rapisarda mi ha confessato di essersi inventato tutto"73.

L'8 aprile 1994, H nome di Marcello Dell'Utri risulta iscritto nel registro degli indagati della Procura milanese, insieme a quello di Rapisarda e Francesco Paolo Alamia. "Concorso in bancarotta fraudolenta aggravata, l'ipotesi di reato contro Dell'Utri e gli altri. La vicenda su cui sta indagando il magistrato Francesco Prete prende il via dal fallimento della Bresciano sas di Mondovi e fa riferimento alla sentenza con cui il Tribunale, il 17 marzo scorso, ha assolto i vertici della Cassa di Risparmio di Asti, in un primo tempo indicati come i responsabili del crac. Il vorticoso giro di miliardi della società inizia nel 1976. La Bresciano sas non riesce a rientrare nel debito di oltre 10 miliardi accumulato nei confronti della Cassa di Risparmio di Asti. Il fallimento è alle porte, ma il finanziere Rapisarda si offre di salvare la situazione. In cambio, però, vuole nuove aperture di credito dalla banca. Esautorati i Bresciano, al vertice della società c'è adesso Marcello Dell'Utri. Ma la situazione, 3 anni dopo, peggiora. Il buco iniziale di 10 miliardi non solo non è ripianato, ma i debiti, nel'79, ammontano a ben 33 miliardi. Rapisarda fugge all'estero. Latitante in Venezuela, ospite della famiglia Cuntrera, indicata ai vertici del traffico internazionale di droga, Rapisarda comincia a preparare il terreno per rientrare in Europa. Quando lo fa ha un solo obiettivo: dare l'assalto alla Cassa di Risparmio di Asti. Ma dopo la sentenza del 17 marzo la “patata bollente” torna nelle mani dei manager della Bresciano sas. Prima di tutto Filippo Rapisarda, indicato come amministratore di fatto, poi Marcello Dell'Utri, amministratore effettivo dell'azienda"74.

Anche la sede del club “Forza Italia” situata nel famigerato palazzo di via Chiaravalle 7/9, a Milano, trova spazio nelle cronache giornalistiche del marzo 1994: "Quindici giorni fa Rapisarda ha messo a disposizione di Forza Italia i locali dove proprio Dell'Utri tiene vibranti prolusioni [è in corso la campagna elettorale, NdA]", scrive La Repubblica”. "Ma i locali di Rapisarda non appartengono affatto a Rapisarda. Secondo una sentenza della Cassazione di tre anni fa, lo ~tabiIe di via Chiaravalle deve essere restituito al curatore del fallimento [di una delle società del crac del gruppo Inim] dal cui patrimonio venne fatto sparire poco prima dei fallimento. Nonostante la Cassazione, H curatore non èancora riuscito a farsi ridare lo stabile. La sede di via Chiaravalle, insomma, è stata offerta a Forza Italia da un signore [Rapisarda] che non risulta avere alcun titolo su di essa"75; e ai cronisti che gliene chiedono conto, Marcello Dell'Utri risponde: "La sede? Che cazzo ne so! Chiedetelo a Rapisarda".

Mani sporche contro Mani pulite

Tra la fine del 1993 e i primi mesi del 1994, Marcello Dell'Utri esce suo malgrado dal discreto cono d'ombra rappresentato dalla carica di amministratore delegato di Publitalia (la "cassaforte" della Fininvest), e la sua figura e il suo ruolo cominciano a rivelare più precisi contorni. Del resto, la contingenza lo richiede: il crollo del craxismo e del regime DcPsi priva la Fininvest dell'indispensabile “copertura” politica, protezione ancor più indispensabile in rapporto alla grave situazione finanziaria del gruppo berlusconiano oppresso da qualche migliaio di miliardi di debiti.

Attivando in forma semiclandestina la capillare struttura di Publitalia (nel cui ambito il gemello Alberto è direttore della nevralgica sede romana), Marcello Dell'Utri organizza nel volgere di poche settimane lo pseudopartito “Forza Italia” (cioè lo strumento attraverso il quale, anche grazie ai suoi networks televisivi, la Fininvest arriverà a conquistare il potere politico nazionale). L'obiettivo dell'avventura politica è palese e articolato: salvare dal crac il gruppo Fininvest, salvaguardandone così anche gli innumerevoli segreti finanziarioazionari e gli occulti interessi che vi sono sottesi; occupare direttamente il vuoto di potere lasciato dal crollo del regime DcPsi (all'ombra del quale e solo grazie al quale il gruppo Fininvest ha potuto costituirsi e prosperare); stroncare l'inchiesta della Procura della Repubblica di Milano (“Mani pulite") che ha determinato il crollo del regime CraxiAndreottiForlani e che ormai rischia di smascherare molte delle corruttive pratiche dello stesso gruppo Fininvest e i suoi intrichi societari e finanziari nazionali e internazionali76.

Di tutta l'operazione “politica”, che porterà alla formazione del governoFininvest, Berlusconi è il primattore, ma il regista è Marcello Dell'Utri. Non a caso, Dell'Utri presenzierà (senza averne alcun titolo ufficiale) perfino alle trattative del presidente incaricato Berlusconi per la formazione del governo: ad esempio, sarà presente al vertice romano del 4 maggio 1994 (presente anche il gemello Alberto), e a una riunione dedicata alla lista dei ministri tenutasi ad Arcore il successivo 8 maggio77. Non a caso, secondo attendibili indiscrezioni, Dell'Utri è il primo candidato ministro degli Interni nel governo Berlusconi.

Intanto, all'interno del gruppo Fininvest, Marcello Dell'Utri ufficialmente semplice manager di una società controllata può liberamente e pubblicamente attaccare l'amministratore delegato della holding Fininvest Franco Tatò (imposto dalle banche ai vertici del gruppo nell'estate 1993 col compito di risanarne la grave situazione finanziaria): "Tatò non ha ancora compreso in pieno lo sviluppo del gruppo" polemizza Dell'Utri, e aggiunge sprezzante: "Qui per la gestione non basta la filosofia numeraria [ ... ]. Serve un'anima più larga rispetto a quella di chi [Franco Tatò, NdA] si fissa sui conti. Serve più umanità, più capacità di vedere le cose in grande ... ", e conclude sibillino: "Credo che Tatò sappia prontamente assorbire le nostre osservazioni ... "78. Dunque, “il manager" dice che l'amministratore delegato non ha capito niente, e si augura che sappia prontamente capire... Può farlo, poiché Dell'Utri non parla da subalterno: la sua, è la voce del padrone.

* * *

Nel marzo 1994, l'inchiesta giudiziaria “Mani pulite” si imbatte in un torrente di “fondi neri” Fininvest, ottenuti mediante fatturazioni fasulle, artifici contabili e strane società. Al centro di tutto, Publitalia'80 e il suo vate Marcello Dell'Utri, e cinque pittoreschi personaggi (tra essi, il pornoregista romano Lorenzo Onorati, l'ex maestro di tennis di Berlusconi Romano Luzi, e l'ex dirigente di Publitalia Valerio Ghirardelli). Una tempestiva 'Tuga di notizie", attraverso il telegiornale Fininvest “Tg5”, vanifica di fatto le richieste che i magistrati hanno inoltrato al Gip per l'arresto di Dell'Utri e dei cinque coinvolti nella vicenda.

Nel rapporto della Guardia di Finanza che ha attivato i magistrati è scritto tra l'altro: "Gli elementi acquisiti inducono a ritenere fittizie le prestazioni di cui alle fatture n. 74 e n. 88 emesse dalla società Panam srl [di Lorenzo Onorati] nei confronti di Publitalia '80 spa... E' evidente come la società Panam è stata utilizzata nell'operazione come soggetto di comodo al quale intestare le fatture. Le indagini svolte nei confronti di tale società hanno messo in luce come la stessa manchi di concreta organizzazione produttiva, risulti priva di personale dipendente o di collaboratori. Non ha alcuna sede effettiva, ha radicalmente disatteso gli obblighi fiscali, è stata utilizzata per la produzione di filmati pornografici e per l'emissione di fatture fittizie nel settore pubblicitario". Nel giro di pochi giorni, gli inquirenti hanno individuato 'Tondi neri" Fininvest per circa 20 miliardi.

La magistratura milanese indaga sulla "contabilità segreta della Valcat, una piccola società di cui Valerio Ghirardelli [ex manager di Publitalia, e attuale direttore generale di Telepiù] è titolare. Un gruppo di esperti è al lavoro per rendere leggibili le memorie dei computer e i dischetti sequestrati nella sede della Valcat. Una parte del materiale, superprotetto elettronicamente, è stata inviata per la traduzione negli Stati Uniti, al produttore del computer. Ma già da quello che è stato esaminato dai tecnici italiani appare chiaro che la Valcat funzionava da “cartiera” per conto della Fininvest. Produceva cioè “carte”, fatture, per giustificare movimenti di denaro altrimenti non spiegabili e far quadrare bilanci zoppicanti. Ghirardelli è accusato di falso in bilancio e frode fiscale, in compagnia di altri gestori di “cartiere” (come Romano Luzi, l'ex maestro di tennis di Silvio Berlusconi, poi diventato titolare della Conaia srl) e dell'amministratore delegato di Publitalia, Marcello Dell'Utri. Ora gli esperti incaricati dalla Procura di Milano hanno estratto dai computer della Valcat una contabilità a dir poco confusa: fatture emesse per cifre diverse da quelle indicate ufficialmente, oppure intestate a società diverse del gruppo Fininvest (per esempio Rti invece che Publitalia). Esistono anche fatture doppie (ossia due documenti diversi registrati con lo stesso numero). Secondo quanto i giudici stanno accertando, la contabilità miliardaria della Valcat e delle altre “cartiere” Fininvest serviva, fra l'altro, a occultare pagamenti fuori bilancio a Dell'Utri e ad altri dirigenti di Publitalia, oppure nascondeva regalie, sempre in nero, ai manager di aziende (per esempio Swatch, Seat, De Cecco) che decidevano grossi investimenti pubblicitari sulle reti Fininvest"79.

Mentre il candidatopremier Berlusconi attacca con violenza i magistrati di “Mani pulite”80 che hanno osato avvicinarsi al “nervo scoperto” Dell'Utri, l'amministratore delegato di Publitalia si reca “spontaneamente” a Palazzo di giustizia, e alle prime contestazioni dichiara: "Non ricordo... Mi riservo di rispondere dopo essermi documentato ... ". Ma negli atti giudiziari risulterà scritto tra l'altro: "Generiche e apodittiche negazioni dei fatti [da parte di Dell'Utri] ... Amnesie che trovano giustificazione solo in un'ottica difensiva ... [Dell'Utri e soci hanno] fraudolentemente esposto nei bilanci e nelle altre comunicazioni sociali fatti non rispondenti al vero, simulando l'esistenza di rapporti economici in effetti inesistenti, nonché utilizzando molteplici artifici contabili, al fine di distrarre rilevanti risorse societarie, con ciò occultando le effettive condizioni economiche delle rispettive società... Il sistema utilizzato da Publitalia si basa sulla simulazione di costi, attraverso l'annotazione di fatture per operazioni inesistenti, finalizzata a giustificare uscite finanziarie al fine di appropriarsene indebitamente".

L'inchiesta dei magistrati porta a galla intrecci rivelatori, come ad esempio quelli che intercorrono fra Dell'Utri e l'ex “maestro di tennis” berlusconiano Romano Luzi: "A Marcello Dell'Utri, la Conaia di Luzi ha riservato favori vari, definiti dagli inquirenti “elargizioni”: ha pagato alla famiglia del ricco e potente manager Fininvest le vacanze natalizie '92 e '93 a Madonna di Campiglio e gli ha concesso l'uso del motoscafo Biba. Eppure, anche se il natante è di proprietà della Conaia, è successo che sia stato lo stesso Dell'Utri a liquidare le spese di rimessaggio. Perché? Risponde Luzi: “Perché io gli ho prestato la barca... Penso che l'intestazione degli estratti conto relativi al rimessaggio dipenda da un errore del cantiere. La fattura l'ho pagata infatti io”. Luzi ha anche prestato soldi a Dell'Utri (“Siamo amici da vent'anni”): 60 milioni con un assegno del 16 febbraio '93. Con quale giustificazione? Ecco la sua versione: “Dell'Utri mi ha chiesto un prestito. Non so se aveva qualcosa in scadenza, un mutuo quasi sicuramente. Mi ha chiesto del denaro per farvi fronte e io gliel'ho dato. Dell'Utri non mi ha ancora restituito il denaro. Non c'era alcuna data di scadenza”. E Dell'Utri, interrogato il 9 marzo, ha detto: “È stato un prestito che ho chiesto a Luzi per pagare un mutuo o parte di esso. t un mutuo per la casa di Milano 2”. Spiegazione poco convincente. Ma tant'è. Forse che la casa madre, la Fininvest, non è stata a sua volta generosa con la Conaia di Luzi? Puntuale quindi la domanda dei magistrati a Dell'Utri: “Il Luzi ha un'esposizione superiore al miliardo presso il Monte dei Paschi di Siena, garantita da una fideiussione Fininvest. Conosceva questa circostanza?”. Risposta di Dell'Utri: “Sapevo che Luzi aveva chiesto un prestito alla cassa centrale, alla Fininvest, ma non ne conoscevo l'entità... Non mi sembra una cosa strana. Essendo il Luzi un intermediario che aveva un flusso continuo, il gruppo ha ritenuto di concedere la fideiussione”"81.

Il 2 maggio 1994, il Tribunale della Libertà conferma le richieste di arresto avanzate dai magistrati di “Mani pulite” a carico di Dell'Utri e soci. Nella loro ordinanza, i giudici scrivono: "Si evidenzia il ruolo decisamente primario, rispetto agli altri indagati, del Dell'Utri. È certamente all'interno di Publitalia che nasce la necessità di servirsi delle due società affiliate (la Conaia e la Panam) per movimentazioni economiche non compatibili con regolari prestazioni"; i giudici scrivono anche di "evidente capacità [della Fininvest] nel controllare le attività investigative e ispettive": il riferimento è al rapporto dei finanzieri del Secit che ha originato l'inchiesta, copia del quale è stata sequestrata al responsabile fiscale della Fininvest Salvatore Sciascia che ne è risultato misteriosamente in possesso. "E da quel documento si arriva ad un'altra vicenda su cui sta indagando la Procura. Di cosa si tratta? Ludovico Verzellesi (allora direttore generale delle imposte indirette) venne contattato da Salvatore Sciascia per far ottenere alla Fininvest una aliquota più bassa per gli abbonamenti per le paytv, cosa che poi avvenne, in cambio di un avanzamento di carriera. Svela il Tribunale della Libertà: “Lo Sciascia si interessò dell'incarico desiderato da Verzellesi, inviando anche una lettera al dottor Silvio Berlusconi in data 24 gennaio '92. Proposto come consigliere della Corte dei conti [dall'allora ministro delle Finanze craxiano Rino Formica, NdA], Verzellesi non ottenne l'incarico per la caduta del governo Andreotti, a cui subentrò Giuliano Amato”. E intanto si indaga sulle fatture false. Al centro della vicenda ci sono le società Panam International, Conaia e Valcat che “emettevano fatture per operazioni in tutto o in parte inesistenti a carico di Publitalia '80”. A cosa servivano questi fondi neri? Scrivono i giudici: “Al pagamento di compensi occulti e all'acquisto di beni di lusso non pertinenti all'oggetto sociale dell'impresa”. Tra i “beni di lusso” individuati dalla procura ci sono una serie di auto sportive (Porsche e Aston Martiri), oggetti d'antiquariato e preziosi, barche. E pure tre fatture per un ammontare di oltre 34 milioni per “spese di abbigliamento per acquisti effettuati dal dottor Silvio Berlusconi e dalla signora Berlusconi”"82.

Mentre il presidente del Consiglio incaricato soccorre nuovamente il suo sodale Dell'Utri e il loro impero dichiarando che "il Tribunale della Libertà ha preso un granchio colossale... Sono sicuro che la Cassazione metterà le cose a posto", Dell'Utri ricorre appunto in Cassazione dichiarando: "Questa non è indagine, è inquisizione". L'obiettivo è chiaro: prendere tempo, per poter varare il governo Berlusconi che provvederà subito a fermare i magistrati di "Mani pulite" prima che si addentrino nelle "segrete stanze" dei meandri Fininvest. Del resto, il gruppo è nel mirino della magistratura per numerose altre vicende le inchieste in corso sono innumerevoli e riguardano un po' tutti i settori delle attività berlusconiane: calcio, Tv, edilizia, finanza, grande distribuzione, con ipotesi di reato che vanno dalla corruzione al falso in bilancio, dalla frode fiscale al finanziamento illecito dei partiti.

Nel delicato frangente che vede Marcello Dell'Utri alla ribalta della cronaca giudiziaria, non manca di attivarsi anche suo fratello Alberto, il quale rivolge minacce telefoniche in puro stile mafioso a un giornalista della "Stampa", Alberto Statera, reo di aver informato i lettori del quotidiano torinese circa gli scabrosi trascorsi di Marcello: "Guardi che queste cose non si fanno... Guardi che lei potrebbe avere anche dei grossi dispiaceri", dice Dell'Utri al giornalista e Statera gli risponde: "Guardi che se lei continua con questo tono, io sono costretto a chiamare i carabinieri"83.

Il primo tentativo di scardinare il pool dei magistrati milanesi avviene, nel puro stile berlusconiano, attraverso la lusinga: il presidente del Consiglio incaricato, il 7 maggio 1994, offre al magistratosimbolo di “Mani pulite” Antonio Di Pietro, una poltrona di ministro nel costituendo governo84. E poiché il magistrato declina l'invito, il governo Fininvest procederà altrimenti, a norma di decretolegge.

Il 13 luglio, un decretolegge del governo Berlusconi (detto per l'appunto “Decreto salvaladri”) vieta l'arresto cautelativo per i reati di corruzione, concussione, peculato e ricettazione, e soprattutto per quelli di bancarotta fraudolenta, falso in bilancio, frode fiscale, e limita inoltre la libertà di stampa in merito agli “avvisi di garanzia”. È il primo passo del governoFininvest per stroncare le inchieste di "Mani pulite" che stringono d'assedio il gruppo Fininvest, e per ledere l'autonomia della magistratura.

Scriverà il giurista Guido Neppi Modona: "La “Disciplina della custodia cautelare” (art. 2) è la parte del decreto in cui l'impudenza e la protervia del governo nel privilegiare la nuova categoria degli imputati eccellenti emergono con maggiore evidenza. La possibilità di ricorrere alla custodia in carcere è in primo luogo esclusa per tutti i delitti contro la pubblica amministrazione (peculato, concussione, corruzione, abuso d'ufficio, ecc.), nonché per quelli tipici della criminalità economica e dei “colletti bianchi” (bancarotta fraudolenta, falso in bilancio, frode fiscale, ricettazione, truffa in danno dello Stato, di enti pubblici, o per ottenere contributi, agevolazioni e finanziamenti pubblici). Questi reati possono evidentemente essere commessi solo da persone inserite nei circuiti del potere economico e politico: l'ombrello protettivo non copre quindi solo gli attuali imputati di Tangentopoli, ma tutti coloro che sono stati o saranno in grado di sfruttare la loro posizione e le loro entrature sociali per trarne illeciti profitti in danno della collettività [ ... ]. Addirittura oltraggiosa è la macroscopica disparità di trattamento tra un bancarottiere che ha distratto centinaia di miliardi ed il ladruncolo di strada che si è impossessato di poche migliaia di lire: il primo esente dalla custodia in carcere anche se ha già in tasca il biglietto aereo per le Baliamas, il secondo destinato a finire in galera se, come assai probabile, vi è il pericolo concreto che continuerà a scippare"85.

Il proditorio decretoFininvest darà origine a uno scandalo dall'eco internazionale, tale da rischiare la repentina caduta del neocostituito governo Berlusconi, e verrà subito ritirato. Ma la lotta di Mani sporche contro Mani pulite prosegue...

Sotto le volte della Cupola

I quotidiani di domenica 20 marzo 1994 informano che in seguito alle confessioni dei mafiosi pentiti Totò Cancemi e Gioacchino La Barbera, le Procure distrettuali antimafia di Caltanissetta, Palermo, Catania e Firenze stanno svolgendo indagini sul conto di Silvio Berlusconi e dei fratelli Marcello e Alberto Dell'Utri.

"L'inchiesta incrociata sui vertici della Fininvest ha il suo epicentro in Sicilia, laddove Totò Cancemi ha compiuto una lunga carriera criminale da semplice soldato della "famiglia" di Porta Nuova a rappresentante della Commissione provinciale di Palermo. Il mafioso ha confessato ai giudici e ai carabinieri del Raggruppamento operativo speciale (Ros) i legami che stringono Marcello Dell'Utri e alcuni esponenti di Cosa Nostra. Un elenco lunghissimo, composto non da uomini d'onore qualunque ma dai capi, dai sottocapi e dai consiglieri di due delle più importanti “famiglie” di Palermo: quella di Porta Nuova e quella di Santa Maria dei Gesù. Girolamo “Mimmo” Teresi è il primo personaggio della lista fatta dal pentito Totò Cancemi. Mimmo Teresi era il più fidato amico di Stefano Bontate e suo consigliori. Furono uccisi entrambi, nel 1981, a distanza di un mese. Gli altri due nomi citati da Cancemi sono quelli di Pietro Lo Jacono e di Ignazio Pullarà, una volta capidecina di Bontate e poi passati nelle fila dei Corleonesi di Riina. Ma Totò Cancemi parla anche della sua “famiglia” e, soprattutto, del "punto di riferimento" che aveva in Lombardia: Vittorio Mangano [ ... ]. Mangano è stato stalliere ad Arcore (nella tenuta di Berlusconi) nella seconda metà degli anni Settanta. [Secondo Cancemi] nella "tenuta" tra Monza e Milano trovarono rifugio Ciccio Mafara (un boss ucciso nei primi anni Ottanta nella guerra di mafia) e, durante la latitanza, i fratelli Grado e Contorno, anche loro uomini d'onore di Santa Maria del Gesù. Gli investigatori hanno ritenuto che si trattasse di Totuccio Contorno. Ma il pentito ha spiegato: “No, non sono io. Credo che sia Giuseppe Contorno... In quegli anni lui aveva interessi a Milano con i Pullarà, Ignazio e Giovambattista”. Le rivelazioni di Totò Cancemi non si fermano però alle amicizie e alle frequentazioni mafiose di Marcello Dell'Utri. Il boss svela i retroscena del grande affare del centro storico [di Palermo]. Parla degli investimenti che Silvio Berlusconi avrebbe fatto in attesa del secondo “grande sacco” della città, quello che la mafia stava preparando dai tempi di Lima e Ciancimino, Calò e Buscetta. Totò Cancemi indica espressamente l'acquisto di immobili da parte del Cavaliere. E poi fa entrare in scena un misteriosissimo personaggio che avrebbe fatto da intermediario, a Palermo, nell'affare centro storico”. Il pentito lo chiama “il ragioniere”. Sarebbe stato “il ragioniere”, in nome e per conto di Berlusconi, a trattare direttamente l'operazione. Sarebbe stata, dunque, la mafia a favorire l'ingresso in Sicilia del Cavaliere per spartire la "torta" del grande risanamento di uno dei centri storici più belli d'Europa? Su tutte queste dichiarazioni del pentito di Porta Nuova sono in corso investigazioni in tutta la Sicilia occidentale. Indaga la Procura antimafia di Palermo, ma anche quella di Caltanissetta dove Cancemi per la prima volta ha deciso di vuotare il sacco sulle stragi mafiose dell'estate 1992. Sono investigazioni partite alla fine dello scorso febbraio e concentrate soprattutto nella città di Palermo. Si cercano anche società in qualche modo legate a Marcello Dell'Utri e a suo fratello Alberto, società costituite negli ultimi anni a Palermo. Più complessa e articolata l'inchiesta dei magistrati della Procura antimafia di Catania. Anche lì s'indaga sullo staff del Cavaliere, seguendo le tracce di un fiume di soldi. L'inchiesta era cominciata indagando sul "tesoro" di Benedetto “Nitto” Santapaola e dei suoi fedelissimi prestanome. 1 giudici hanno trovato collegamenti con alcune società di Alberto Dell'Utri, il fratello di Marcello. Collegamenti che hanno lasciato una traccia: intercettazioni telefoniche. Questa di Catania è una investigazione difficilissima, gli esperti partono da centinaia di migliaia di dollari, i proventi del riciclaggio della “Santapaola spa”"86.

"Secondo alcune indiscrezioni, confermate in ambienti giudiziari, la Direzione distrettuale antimafia di Palermo (Dda) indaga su Dell'Utri in relazione ad una vicenda di riciclaggio di denaro proveniente dal traffico internazionale di stupefacenti affidato da Cosa Nostra direttamente o indirettamente all'amministratore delegato di Publitalia [ ... ]. Il quadro che fa Cancemi ritrae un Marcello Dell'Utri abbastanza in confidenza con alcune '1amiglie" di Cosa Nostra, e precisamente quelle di Santa Maria del Gesù e quella di Porta Nuova. Il pentito parla di "gite" milanesi (nella villa di Dell'Utri) di uomini come Stefano Bontate, Mimmo Teresi, Pietro Lo Jacono, i fratelli Pullarà e i cugini Grado. L'altro collaboratore, La Barbera, sembra sia stato un po' più generico. Ha detto di [ ... ] poter affermare che nell'ambito di Cosa Nostra Berlusconi veniva considerato amico [ ... ]. Pietro Marchese ha raccontato che la mafia, a suo tempo, intervenne per salvare dal sequestro il figlio di Silvio Berlusconi che fu portato fuori dall'Italia [ ... ]. Cancemi parla dei rapporti tra Fininvest e Cosa Nostra, ipotizzando una sorta di "patto" insorto dopo che la mafia aveva avviato una campagna di taglieggiamento nel settore della grande distribuzione in Sicilia. Il boss racconta di un'estorsione che, nel tempo, sarebbe divenuta un tacito accordo (con pagamento di circa 600 milioni all'anno) per avere una specie di esclusiva. La storia dell'inchiesta sugli attentati alla Standa di Catania non è nuova e la Procura di Catania avrebbe accertato molte circostanze che proverebbero l'esistenza di una vera e propria “guerra di mafia” per accaparrarsi la piazza della grande distribuzione nell'Isola [ ... ]"87.

"I magistrati sembrano intenzionati a ricostruire l'intera carriera dei due Dell'Utri: da quando hanno lasciato la Sicilia per insediarsi a Milano, fino all'ascesa ai massimi vertici dell'impero del Cavaliere. Ci sono già testimonianze che inquadrano le pericolose amicizie di Marcello Dell'Utri e la frenetica attività di Alberto, suo fratello gemello. Di Alberto si sta occupando soprattutto, ma non solo, la Procura antimafia di Catania. I magistrati vogliono capire le ragioni del vorticoso nascere e morire di società che ad Alberto Dell'Utri farebbero riferimento. Società che, in alcuni casi, si intersecherebbero con i canali di riciclaggio predisposti da un prestanome del boss catanese Nitto Santapaola"88.

Il vertice della Fininvest reagisce alle indiscrezioni pubblicate con risalto dalla stampa: parla di "una manovra" calunniosa, e cavalcando la campagna elettorale in corso, grida al complotto. L'aspirante premier Berlusconi dichiara: "Comincio a pensare che in fondo a questa manovra potrebbe esserci un rischio enorme, quello della perdita della libertà nel nostro Paese". E Dell'Utri, “motore” del partitosetta “Forza Italia”: "Pazzesco. Tutto assurdo: il mio è come il caso Tortora... t tutto falso... Ignobili calunnie... Ci avevano avvertito: chi tocca i fili [della politica] muore".

Il 22 marzo 1994, il quotidiano “La Stampa” attribuisce al presidente della Commissione parlamentare Antimafia Luciano Violante una dichiarazione che indurrà Violante a rassegnare le dimissioni dalla Commissione in seguito alle violente polemiche suscitate: "La verità è che Dell'Utri è iscritto sul registro degli indagati della Procura di Catania, non di quella di Caltanissetta. E non si tratta di pentiti questa volta. C'è un Pm di lì, si chiama Marino, che sta conducendo un'indagine di mafia su un traffico di armi e di stupefacenti. L'inchiesta non si basa su dichiarazioni di pentiti ma, a quanto pare, su intercettazioni ambientali". La reazione del partitoFininvest è furibonda: Berlusconi denuncia un "complotto comunista" capeggiato dal "comunista Violante" con la complicità di "certa magistratura".

Ma le "indiscrezioni" attribuite a Violante trovano una qualche conferma a Catania: "Centinaia di migliaia di dollari, un traffico d'armi, aziende alimentate dal denaro dell'eroina e della coca. E poi una miriade di prestanome, di sigle, di coperture, società che aprono e chiudono, movimenti finanziari con la Svizzera. Nell'inchiesta giudiziaria sul "tesoro" di Cosa Nostra catanese, c'è una traccia che porta anche ad Alberto Dell'Utri, il fratello gemello di Marcello, il presidente di Publitalia. E' un'indagine cominciata con l'“ascolto” di alcuni personaggi e continuata poi con la decifrazione di carte e documenti. Se alla Procura antimafia di Palermo dentro un'indagine sul riciclaggio c'è Marcello Dell'Utri, alla Procura antimafia di Catania si indaga su suo fratello Alberto. L'inchiesta palermitana è nella fase preliminare, un pò più avanti sono le indagini catanesi del sostituto procuratore della Repubblica Nicolò Marino"89.

Il 12 aprile 1994, l'ex magistrato Tiziana Parenti, detta Titti la Rossa (neoonorevole eletta nelle liste del partito creato dai Dell'Utri), preda di un estemporaneo sussulto di arguzia dichiara: "“Forza Italia” è a rischio mafia... La rapidità con cui è cresciuto questo movimento può farci temere un pericolo concreto di infiltrazioni mafiose... In “Forza Italia” ci sono nomi che suonano come campanelli d'allarme ... "90. Le risponde uno dei massimi conoscitori di Cosa Nostra, Pino Arlacchi: "Per cogliere un certo tipo di inquinamento in “Forza Italia” basterebbe guardare all'entourage di Silvio Berlusconi, agli uomini forti della sua "azienda". I nomi allarmanti che l'onorevole Parenti non ha pronunciato mi sembrano quelli dei fratelli Dell'Utri... Ho trovato i nomi dei Dell'Utri in un rapporto di polizia [dove] non si parlava di leasing o Tv. Si parlava di riciclaggio, riciclaggio di denaro sporco... La polizia stava indagando su un reticolo di “riciclatori” che operavano a Milano nella seconda metà degli anni Settanta e avevano collegamenti, da una parte con Vito Ciancimino in Sicilia, dall'altro con i CuntreraCaruana in America Latina... Non è un mistero che in tanti Paesi del Sud, in zone ad alto tasso di inquinamento mafioso, sono sorti numerosi club di "Forza Italia” sospetti, e che durante la campagna elettorale esponenti mafiosi hanno appoggiato in maniera più o meno occulta candidati di “Forza Italia”".

Il 17 aprile 1994, la stampa informa: "È il primo indagato della Seconda Repubblica. Ilario Floresta, 53 anni, imprenditore, eletto alla Camera dei Deputati per il movimento "“Forza Italia”: il suo nome è iscritto nel registro degli indagati di Catania. Ad avviare l'indagine su Floresta sono stati i magistrati della Direzione Antimafia di Catania, che nei giorni scorsi hanno arrestato un cugino e collaboratore dell'esponente di "“Forza Italia” [ ... ] "91.

Nell'ambito dell'inchiesta dei magistrati milanesi di “Mani pulite" per le mazzette pagate dalla Fininvest ad alcuni ufficiali e sottufficiali della Guardia di Finanza (primaveraestate del 1994), emerge la testimonianza del maresciallo Giuseppe Capone, il quale ha dichiarato agli inquirenti che il collega maresciallo Francesco Nanocchio (coinvolto, come Capone, nello scandalo) avrebbe affermato in due occasioni: "Se Nitto Santapaola e la mafia lo abbandonassero, Silvio Berlusconi sarebbe spacciato"92.

Intanto, si apprende che la Dia (Direzione investigativa antimafia) ha da tempo avviato "indagini accurate a Milano, in Sicilia e a Montecarlo su eventuali, presunti rapporti tra uomini del gruppo Fininvest (primo fra tutti Marcello Dell'Utri) e società o personaggi legati a Cosa Nostra. E alcuni inquirenti non avrebbero escluso la possibilità che gli ufficiali [della Guardia di Finanza] già "ammorbiditi" dalla Fininvest durante le verifiche fiscali potessero ricevere richieste e pressioni, una volta passati alla Dia [come nel caso del colonnelloAngelo Tanca, passato dalla GdFalla Dia, NdA], anche a proposito di altre, più delicate indagini"93.

Il successo elettorale del partito di Dell'Utri alle elezioni politiche dei marzo 1994 (in Sicilia, "“Forza Italia” si afferma quale primo partito, col 33 per cento dei voti) e la formazione del governo Berlusconi, pongono la setta politicoaffaristica Fininvest nelle condizioni di poter correre ai ripari rispetto a una questione quella dei pentiti di mafia e delle indagini antimafia che potrebbe risultarle esiziale. Del resto, già prima del voto, quando la stampa aveva informato delle prime ammissioni del boss Totò Cancemi e delle indagini delle Procure siciliane, Berlusconi aveva dichiarato guerra ai pentiti di mafia e alla legge che li tutela ("Basta coi pentiti... La legge è da rifare").

Nei primi giorni di aprile 1994, la strategia Fininvest viene espressa, al suo massimo grado di autorevolezza, dal neosenatore avvocato Cesare Previti, candidato alla poltrona di ministro della Giustizia. Previti tuona contro "l'uso distorto dei pentiti", e dichiara: "Non mi meraviglierei se in qualche Procura, da Palermo a Milano, si inducesse qualche mafioso pentito di dubbia affidabilità a coinvolgere esponenti Fininvest o di Forza Italia..."94; quindi enuncia un progetto di "riforma" che finirebbe per assoggettare la magistratura al controllo del potere politico. E' l'avvio ufficiale della campagna berlusconiana volta a delegittimare la legislazione antimafia, a smantellare gli apparati statali che combattono Cosa Nostra, e a imbrigliare la magistratura.

Mentre la campagna berlusconiana si dispiega, l'esperto antimafia Pino Arlacchi dichiara: "Vedo in Forza Italia massoni riciclati e strani personaggi del vecchio sistema. Leggo che si vuole buttare all'aria la legislazione sui pentiti. Raccolgo voci di un azzeramento indiscriminato dei vertici di tutta la struttura antimafia [ ... ]. Temo che si voglia passare un colpo di spugna su dieci anni di lotta alla criminalità organizzata... Vedo che è incominciata, da un giorno all'altro, una violentissima campagna d'opinione contro i pentiti. Inspiegabile, se si pensa ai successi che questa strategia, ricalcata sull'esempio degli Stati Uniti, ha consentito: sostengo che un pentito di un certo peso può far risparmiare cinquedieci anni di indagini; aggiungo che senza Tommaso Buscetta staremmo ancora qui a domandarci che cos'è la mafia e se esiste davvero. E mi chiedo anche: possibile che si usi una tale potenza di fuoco contro l'anello più debole della catena, contro l'ex criminale che ha deciso di collaborare con la giustizia?... Tutto questo gran vociare mira in realtà a intimidire e delegittimare non solo l'ex mafioso, ma soprattutto chi lavora con lui: poliziotti, investigatori, magistrati... Penso che si tratti di una “manovra di prevenzione”. Ci sono decine di processi aperti, di dibattimenti avviati che devono concludersi presto con condanne e conferme di accusa gravissime. E poi ci sono indagini partite in tutt'Italia proprio sulla scorta delle rivelazioni di pentiti che vanno tutte in una sola direzione: il rapporto tra la mafia e la criminalità del Nord"95.

Poco tempo dopo, Arlacchi avrà modo di ribadire: "Questa campagna di intimidazione ha due obiettivi precisi: impedire che vengano toccati i meccanismi di riciclaggio del denaro sporco, i rapporti tra Cosa Nostra e pezzi importanti dell'economia e della finanza nazionale e internazionale; evitare che si accendano i riflettori sui collegamenti tra mafia e centri di potere occulto come la massoneria deviata"; ma Arlacchi ribadirà anche: "Dietro questa polemica sui pentiti c'è un aspetto ancora più grave: si vogliono colpire i singoli magistrati, i singoli investigatori [ ... ]. Si vuole evitare che si celebrino i processi, che i mafiosi vengano condannati. Attualmente, grazie alle dichiarazioni dei collaboratori e ai riscontri effettuati da giudici inquirenti e polizia giudiziaria, abbiamo un tasso di condanne che supera l'80 per cento. C'è un'intera lobby mafiosa ma anche politicogiudiziaria in allarme. E così si tenta di far celebrare i processi in un clima generale di discredito (lei pentiti... La strategia vincente da parte dello Stato in questi ultimi due anni aveva tre punti cardine: la legislazione premiale, la creazione di strutture investigative specializzate, l'appoggio incondizionato e totale dell'opinione pubblica. Tutti questi punti sono stati colpiti nelle ultime settimane"96.

Il 25 maggio 1994, a Reggio Calabria, dove si svolge il processo per l'omicidio del giudice Antonio Scopelliti, l'imputato Totò Riina (il "Boss dei boss" catturato grazie ad alcuni pentiti, dopo 19 anni di latitanza) rilascia dichiarazioni che suscitano grande clamore: "La legge sui pentiti deve essere abolita [perché] i pentiti si inventano tutto... lo sono un po' come il "caso Tortora""; e dopo essersi scagliato contro l'isolamento carcerario cui è sottoposto a norma dell'articolo 41 bis del regolamento penitenziario per i mafiosi ("Vivo isolato in carcere da sedici mesi... Mi trattano come un cane, ma nemmeno i cani vivono come vivo io: sono isolato"), il proclama del superboss corleonese diviene più “politico”: "Sono i comunisti che portano avanti un particolare disegno... Ci sono i Caselli97, i Violante98, e questo Arlacchi99 che scrive libri... Ecco, secondo me il nuovo governo [Berlusconi] si deve guardare dagli attacchi dei comunisti"100.

"E la prima volta che un mafioso di alto livello si permette una audacia come questa", commenta Pino Arlacchi. "Perché lo fa adesso? Si vede che si sente più sicuro... Ora poi è entrato direttamente in una tematica politica... Sono segnali lanciati alle forze di governo, come per indicare che mafiosi e governo hanno gli stessi nemici ... ".

Scrive Paolo Franchi sul “Corriere della Sera”: "Primo: abolire la legge sui pentiti. Secondo: mettere in scacco il complotto “comunista" che la sottende, e che avrebbe per protagonisti Gian Carlo Caselli, Luciano Violante, Pino Arlacchi, additati pubblicamente come bersagli. Questo è il messaggio che il governo e decine di milioni di italiani si sono incredibilmente visti recapitare da un'aula di giustizia, a mezzo Tv, da Totò Riina. Se qualcuno nutriva ancora dei dubbi, adesso può esserne certo: il sensorio politico di Cosa Nostra è quanto mai vigile. Per anni, in particolare dal luglio del '92, quando all'indomani delle stragi di Capaci e via D'Amelio fu varato il superdecreto antimafia, Cosa Nostra ha subito colpi durissimi. Adesso avverte che qualcosa può cambiare a suo vantaggio, che la macchina da guerra apprestata per combatterla può andare in panne. E si muove di conseguenza. Da cosa abbia tratto la convinzione che sia giunta l'ora di tornare all'attacco è presto detto. Sono settimane che la legislazione sui pentiti è oggetto di polemiche politiche assai più che giuridiche. E in queste polemiche uomini [dei governo Berlusconi] ed esponenti della maggioranza [cioè di “Forza Italia”, NdA] si sono addentrati in forme per nulla rassicuranti. Ora presentando la legislazione in questione come un mostro giuridico da abbattere in nome di elementari principi garantisti, ora asserendo viceversa che si tratta di ritoccarne solo questo o quell'aspetto. Ora dando ad intendere di considerare i magistrati più impegnati nella lotta alla mafia come degli avversari, ora cercando invece di assumerli come interlocutori[ ... ]"101.

Nella notte di sabato 2 luglio 1994, una catena di attentati incendiari colpisce le filiali standa ubicate a Roma , Firenze, Modena, Milano, Brescia, Trento; il precedente 24 maggio, analoghi attentati avevano raggiunto i supermercati Standa di Aosta e Ivrea. La sequela di attentati, dunque, colpisce la catena di grandi magazzini della Fininvest da Roma fino a tutto il Nord Italia, escludendo quelli situati nelle regioni del Sud. La stampa ipotizza una “azione terroristica” di matrice politica; ma altri avanzano il sospetto di possibili “avvertimenti” e “solleciti” rivolti da Cosa Nostra al governo Berlusconi.

Quattro anni prima, tra il 19 gennaio e il 16 febbraio 1990, alcuni attentati incendiari avevano colpito i magazzini Standa di Catania e Paternò (il pentito Claudio Saverio Samperi, ex affiliato al clan mafioso di Nitto Santapaola, si autoaccuserà per l'attentato del 19 gennaio alla sede centrale della Standa a Catania). Da allora, le filiali dei grandi magazzini Fininvest situate nelle province siciliane non avevano più registrato azioni delittuose; il sindaco di Palermo Leoluca Orlando, nel marzo 1994, aveva dichiarato: "Anche i bambini sanno che in Sicilia la Standa è cogestita [dalla Fininvest] a Catania con Santapaola, e a Palermo con Riina".

Ma proprio la “questione Standa”, in Sicilia, è oggetto di rivelazioni dei mafiosi pentiti e di indagini antimafia. "Un rapporto dei carabinieri di Corleone del dicembre 1990 sul quale Falcone puntava molto. Intercettazioni telefoniche di personaggi sospettati di essere vicini a Totò Riina. Ma con loro anche la responsabilità di un'affiliata Standa di Palermo. L'argomento è l'acquisto di supermercati in fallimento. E, in particolare, scrivono i carabinieri, la vicenda del fallimento della Comega, "voluto ed in qualche modo pilotato da chi ha interesse a monopolizzare il controllo di affiliati Standa". Ma si parla anche di un complesso alberghiero in fallimento al quale sarebbe interessato Silvio Berlusconi. Insomma, proprio i settori dei quali si starebbero occupando alcune Procure siciliane. Tra i personaggi intercettati Pino Mandalari, sospettato di essere il commercialista di Totò Riina, condannato per riciclaggio di denaro sporco, massone appartenente alla Loggia di Trapani Iside 2, i cui responsabili sono stati recentemente condannati per costituzione di società segreta. E' lui al centro delle operazioni “commerciali” su cui indagavano i carabinieri. Un rapporto delicatissimo in cui si parla dei rapporti tra mafia e massoneria e degli interessi economici di Cosa Nostra. Eppure rimasto a lungo nei cassetti della Procura di Palermo malgrado Falcone lo considerasse molto importante. Ma erano gli ultimi mesi della permanenza nell'Isola e i rapporti col suo "capo" Pietro Giammanco erano diventati pessimi. E quel rapporto non ebbe seguito. Fino a quando, recentemente, è stato “riesumato” ed è finito nella megainchiesta su mafia e massoneria in corso a Palermo. La prima telefonata citata nel rapporto è del 15 ottobre '90. Pino Mandalari telefona all'avvocato Antonino Messineo102 [ ... ]. Ed ecco la prima citazione importante. Ignazio Momino è l'avvocato di Totò Riina. E secondo le cronache dei giornali di ieri era presente alla manifestazione del candidato a Bagheria di Alleanza nazionale Forza Italia, Antonio Battaglia, avvocato di Leoluca Bagarella, cognato di Riina, latitante e, probabilmente, attualmente alla guida della "cupola". Ma qual è l'argomento del colloquio tra Mandalari e Messineo? L'acquisto di supermercati. E qui compare, per la prima volta, la Standa. Ed è proprio Mandalari a dirlo a Messineo. “Io sono diventato il supervisore... perché abbiamo trattative con la Standa e tanti altri problemi da sistemare”. La conferma arriva il giorno dopo. Mandalari telefona al numero intestato all'Affiliato Standa, in via Croce Rossa a Palermo, e parla con una certa Nicoletta Palumbo, responsabile del supermercato103 [ ... ]. Chi è quel Totò? I carabinieri non lo dicono, ma la citazione dei brano non sembra casuale. E non è comunque l'unica conversazione tra i due. Il 5 novembre è la Palumbo a telefonare al Mandalari. Questi, si legge nel documento, “asserisce che il negozio lo potranno rilevare per quattro soldi da un eventuale fallimento, mentre la Palumbo sostiene che non è proprio possibile fallire in quanto lo sa tutta Palermo”. Un rapporto stretto quello tra i due. Il precedente 12 ottobre, infatti, con un'altra telefonata la Palumbo viene “inviata a Milano dal Mandalari per condurre una non meglio precisata trattativa per svariati miliardi di lire”. Ma nelle intercettazioni telefoniche non si parla solo di supermercati. Il 6 novembre sempre Mandalari telefona a Roma all'avvocato Antonio Juvara, anche lui massone. L'argomento è l'acquisizione di un albergo in fallimento a Punta Favaro di Favignana. Si parla del prezzo e a un certo punto Mandalari, si legge nel rapporto, “raccomanda l'urgenza spiegando che, se si arriva all'asta, si infila Berlusconi". Un evidente interesse del Cavaliere ad acquistare immobili sotto fallimento in Sicilia [smentito dalla Fininvest]"104.

Il testo del decreto legge sulla custodia cautelare frettolosamente predisposto (prima varato, e poi ritirato) dal governo Berlusconi il 14 luglio 1994 col primario scopo di contrastare l'azione dei magistrati di “Mani pulite”, contiene una norma (art. 9) ritagliata su misura per Cosa Nostra un quotidiano titola infatti: Nel decreto salvaladri un regalo anche alle cosche105. Nel decreto legge, dello stesso luglio, che contempla il condono edilizio, l'art. 6 stabilisce la soppressione delle vigenti norme di legge che prevedono la sospensione e la cancellazione dall'Albo costruttori delle imprese edili colluse con la mafia; ma l'intero dispositivo come verrà documentato e denunciato dalla Lega ambiente "è un regalo alla mafia"106. Intanto, alcuni parlamentari di “Forza Italia” si dichiarano favorevoli all'abolizione dell'articolo 41 bis del regolamento carcerario che prevede l'isolamento dei boss mafiosi detenuti, dando inizio a una campagna contro il dispositivo antimafia.

Il 5 agosto 1994, la rappresentante di “Forza Italia” Tiziana Parenti (non più turbata dalle possibili infiltrazioni mafiose nel suo “partito”) assume la presidenza della Commissione parlamentare Antimafia già presieduta da Luciano Violante. Il 21 agosto, il responsabile dell'amministrazione penitenziaria, Francesco Di Maggio, viene indotto dal governo a lasciare il suo incarico, forse perché contrario all'abolizione dell'articolo 41 bis. Il 26 agosto, Gianni De Gennaro, valente capo della Dia (Dipartimento investigativo antimafia), viene rimosso dall'incarico e “promosso” a capo della Criminalpo